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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Concorso

Cari compagni di Andrej Končalovskij

Il rischio che si corre quando si provano a mettere in scena fatti e vicende riguardanti la Storia dell’ex Unione Sovietica è quello di peccare di semplificazione e, soprattutto quando lo si fa da occidente, di lasciarsi sfuggire e non comprendere del tutto la complessità di un periodo storico piuttosto diverso da come la maggior parte di noi se lo immagina. Un film come Cari compagni questa complessità ce la fa intuire molto bene e anche solo per questo motivo andrebbe osservato con attenzione e analizzato ben oltre i fatti storici (terribili) che ricostruisce.

Andrej Končalovskij – che in Urss ci è nato e c’ha vissuto per 54 anni – ha riflettuto spesso (non sempre con la stessa lucidità) sull’eredità e le memorie della dittatura e con questo film dichiara di voler raccontare, prima di tutto, la generazione dei suoi genitori. Per farlo sceglie uno dei fatti più controversi e foschi della storia dell’Unione Sovietica: il massacro di Novočerkassk. Un episodio di inaudita violenza, avvenuto nel giugno del 1962, quando lo sciopero in una fabbrica di locomotive di una cittadina della Russia meridionale fu soffocato nel sangue dalle autorità sovietiche. Alcuni uomini dell’Armata Rossa e del Kgb fecero fuoco sui lavoratori che manifestavano uccidendo 26 persone e ferendone più di 80. Nelle ore successive un’ingente opera di secretazione e insabbiamento messa in atto dai servizi segreti oscurò completamente la vicenda. Le prime indagini intorno all’accaduto furono condotte infatti soltanto dopo la dissoluzione, trent’anni più tardi.

Il film, ambientato nei due giorni in cui si compì la strage, racconta di Lyudmila, un membro del partito della sede locale dalle solide idee socialiste e nostalgica dello stalinismo, che subito dopo la il massacro si mette alla ricerca della figlia diciottenne Svetka, operaia della fabbrica e scioperante, scomparsa senza lasciare tracce: forse uccisa insieme agli altri o fuggita per scampare ai rastrellamenti dei servizi segreti.

Non ci sono buoni e cattivi in Cari compagni, ma donne e uomini che agiscono dentro un sistema di potere che li fagocita, li sovrasta, li annienta. E la strage è il simbolo del fallimento di un sistema statale che si sovrappone completamente a questa logica di potere. L’aberrante e insensato epilogo cui si giunge con il massacro è ancora più drammatico per il fatto di essere conseguenza di un’insurrezione pubblica, ovvero dell’espressione di malcontento del cardine principale su cui si fonda il pensiero socialista: il popolo.

Il film ragiona sulle forme e le modalità dello scollamento fra ideologia e politica e di come la strage di Novočerkassk abbia reso esplicito tale elemento a tutti coloro che ne furono protagonisti, da una parte e dall’altra. La ferrea fede nella dottrina comunista di Lyudmila non vacilla mai, a crollare sono la sua fiducia nelle istituzioni, nel partito e nello Stato di cui è essa stessa espressione. Mentre di contro anche gli uomini dell’apparato – i comandanti dell’esercito che si rifiutano di dare le munizioni ai soldati, gli ufficiali del Kgb che in segreto solidarizzano con i manifestanti – sono la rappresentazione di un rapporto dissennato fra il potere e le persone lo esercitano.

L’ideale socialista e lo Stato sovietico sono come due corpi estranei cui il regista assegna ruoli quasi contrapposti. E non perché faccia un film nostalgico o ideologico – tutt’altro – ma perché evidenzia in maniera molto sottile la perdita degli ideali di una generazione, quella degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, che in Urss ha visto sfaldarsi ogni idea di riforma e speranza di progresso. Una generazione che conosciuta la guerra e le purghe staliniane ha preso duramente coscienza, nella maniera più dura, dell’inconsistenza dell’apparato sovietico e dell’inganno di una forma di governo che aveva come missione quella di mettere i lavoratori in cima alle proprie preoccupazioni.

Il controllo, i diversi poteri in campo, l’incapacità di vedere il bene comune e un pigro dimenarsi fra la burocrazia e la logica del sospetto che il film suggerisce in maniera sottile imprigionano i personaggi in un’atmosfera grigia e soffocante. E le scelte cromatiche (il bianco e nero) e di formato (1,33:1) lo evidenziano molto bene. Ma emerge anche l’affezione verso di loro da parte del regista, capace ancora di regalare grandi momenti di cinema – uno su tutti la lunga sequenza della strage – in cui fa emergere senza cascami retorici un’emotività davvero suggestiva.

Ma in fondo sono proprio i personaggi rintracciare un briciolo di speranza dentro il più nero degli universi. E forse i più insospettabili: non i lavoratori, gli scioperanti o i dissidenti ma una donna come Lyudmila, membro del comitato locale e l’agente del Kgb Loginov che aiuta la donna a ritrovare la figlia. Entrambi disillusi, scoraggiati e stretti dentro ruoli che li soffocano eppure incapaci di reprimere il proprio istinto umanista. Sia questo anche solo un gesto altruista, una piccola trasgressione alla regola a beneficio di qualcun altro, o l'insopprimibile desiderio di cantare una canzone a voce piena.