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Concorso

In Between Dying di Hilal Baydarov

In Between Dying del regista trentatreenne azero Hilal Baydarov (autore giovane ed estremamente prolifico, in passato allievo di Béla Tarr, figura indipendente e fuori dagli schemi di cui lo scorso anno si è visto lo splendido documentario When the Persimmons Grew), viene da un tempo remoto, appartiene a epoche passate, a mondi usciti dall’immaginario degli ultimi decenni. Un film che segue la lezione poetica di registi come Paradžanov e Abuladze, che si rifà ai modelli del cinema europeo anni ’70 e ’80, al lirismo più astratto ed ermetico di  Angelopoulos, evocato dall’immagine ricorrente dell’albero immerso nella nebbia.

Il racconto di un viaggio d’espiazione, che un giovane di Baku compie dopo aver commesso un omicidio, ha l’andamento di un poema suddiviso in stanze: le immagini sono fisse, bloccate come frasi impresse; le parole sono assolute (Amore, Morte, Silenzio); le musiche e i suoni echi di un universo altro, in cui la ripetizione di un tema o l’unicità di un’azione hanno la medesima eco. La trama è un filo esile, la fuga di un uomo che lungo il percorso incontra tre donne che libera con la sua presenza e una quarta che non riconosce, pur appartenendole da sempre. È un viaggio circolare, perché l’uomo, inseguito da tre criminali che finiscono per considerarlo una sorta di mistico, un «grande fratello», lascia e ritrova nella sua abitazione la madre anziana e ammalata; un viaggio, ancora, di rigenerazione, in cui la morte conduce alla vita e la vera esistenza del protagonista appartiene a una realtà distante, rappresentata nel corso di poetici intermezzi in apertura di ogni capitolo.

Baydarov filma la propria terra desolata, nebbiosa e perennemente accarezzata da una pioggia sottile, come un purgatorio silenzioso: i piani fissi, i campi lunghi, i lenti piani sequenza, gli improvvisi e folgoranti primi piani, i dialoghi letterari e alcuni stranianti momenti grotteschi immergono il film in un’atmosfera ipnotica, in cui il destino degli uomini e delle donne, colto in un istante che vale un'eternità, sembra mosso da forze imperscrutabili eppure giuste. Il protagonista incontra donne che salva dalla morte e dalle quali a sua volta è salvato; le difende dal male e si concede alla loro grazia, alla loro visione cieca e insieme profondissima. E la vita, che respira all'unisono con la natura ed esiste solamente nell’incontro con l’altro (come indicato nel momento più bello del film, quando l’uomo viene accolto da una donna velata di nero), resta nonostante tutto al di là della volontà umana, inseguita e perduta. 

Nelle immagini di In Between Dying c’è il silenzio della pittura medievale, la verità senza fondo dei sentimenti puri: una sensazione che in questi anni si è provata solamente (e con modi e forme diversi) nel cinema di Eugène Green.

Baydarov è un talento ancora acerbo, nelle riprese in movimento non ha la stessa cura che dimostra nei piani fissi e senza dubbio il suo film emerge come una rivelazione perché volutamente fuori moda, affascinante come un'opera sovietica dimenticato. Ci sono però nel suo cinema una forza, una libertà e un istinto che a tratti lasciano sgomenti e che difficilmente, in questo momento, si trovano altrove.