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Fuori concorso

Mandibules di Quentin Dupieux

Jean-Gab e Manu, due perfetti idioti sulla quarantina, fannulloni e perdigiorno, vivono di espedienti. Una mattina trovano nel bagagliaio di un’auto rubata una mosca gigantesca, delle dimensioni di un cane di media taglia. Decidono di provare ad ammaestrarla e insegnarle a rubare cibo e altri beni primari per conto loro, così da poter stare al mondo senza faticare e continuare a non fare niente nella vita.

Per chi conosce il cinema surreale e goliardico e l’umorismo bizzarro e nonsense di Quentin Dupieux (alias Mr. Oizo), la trama di quest’ultimo film sembrerà perfettamente ordinaria, perfino meno audace o lunare di tante altre. E in effetti c’è più o meno quello che uno si aspetterebbe da lui, come i personaggi intrisi di una forte dose di anormalità, l’elemento dell’assurdo o del paradossale e in generale un’atmosfera fra il fantastico e surreale in cui succedono cose inverosimili nella più totale indifferenza di chi vi assiste.

Eppure qualcosa di diverso dal solito c’è. Il regista ha dichiarato di aver voluto provare a fare un film più allegro e solare del consueto, estirpando le ombre fosche e i richiami alla morte tipici delle sue commedie. E in effetti non c’è traccia delle sfumature nere viste per esempio nell’ultimo Doppia pelle, passato a Cannes dello scorso anno e fra i pochi film usciti in streaming durante il lockdown. Qui tutto è più scanzonato e volutamente farsesco, dalla stupidità dei due protagonisti – specie di Scemo e più scemo in salsa francese – agli accenti stravaganti, spesso grotteschi che colorano una storia talmente esile e lineare da diventare quasi superflua rispetto al resto. Il risultato però è davvero esilarante. Se si accetta di scendere a patti con il film e di adeguarsi alle bizzarrie cui Dupieux fa costantemente ricorso il divertimento è assicurato.

Mandibules è un film sull’amicizia, sulla libertà di non conformarsi e di stare al mondo ognuno come gli pare. I due loser senza alcuna qualità né volontà di emergere dalla piattezza delle loro esistenze che animano la storia sono personaggi bidimensionali, non imparano alcuna lezione e sono mossi solo dall’intenzione di realizzare il loro piano demenziale. Eppure interpretano un sentimento di amicizia vero e genuino all’interno di una società deformata e deformante, in cui tutto appare bizzarro, eccessivo, a tratti mostruoso. E il film è di fatto un «ritratto surrealista di una società, la nostra, dominata da rapporti umani contorti» come dice il regista stesso, in cui gli unici portatori di uno sguardo autentico non possono essere che due poveri idioti, verrebbe da aggiungere.

Nulla di illuminante d’accordo e soprattutto niente di nuovo. Eppure nell’universo distorto e surreale che Mr. Oizo – sin dagli esordi musicali – ha iconizzato in stile è un discorso che, ingenuamente, trova un suo senso. E che è capace di dimostrare come spesso per fare un film convincente bastano un’ora e venti e qualche buona idea. Come una mosca gigante che mangia cibo per gatti, beve l’acqua delle piscine, divora cagnetti di piccola taglia, risponde ai richiami e riporta caschi di banane.