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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Concorso

Nomadland di Chloé Zhao

Alla domanda innocente di una giovane sua ex studentessa se lei sia davvero una homeless, Fern, la protagonista assoluta di questo film, risponde che in verità è una houseless. Non è la stessa cosa, no? Fern non è una barbona: è una che si muove in furgone, dal gelo del Nevada al caldo dell’Arizona, sosta, lavora stagionalmente da Amazon (che sia il primo film a mostrare il sistema di montaggio del colosso dall’interno?) e da Wall Drug (una catena di giganteschi grandi magazzini disposti “orizzontalmente” a macchia d’olio come fossero cittadine: ci sono stato, è un luna-park), si muove ancora, sosta di nuovo presso una comunità di nomadi radunati attorno a un falò per condividere i rispettivi privati, se ne va di nuovo, il furgone ha una ruota bucata e poi è in panne, i ricambi costano, i soldi mancano, la sorella vive lontano. Fern non ha più casa (la sua città natale, crollata per la crisi economica, non ha più nemmeno il CAP), ne ha una (il furgone) e ne ha tante, tutte, nel grande paese contemporaneamente più universale e più ipocrita del mondo. Fern è una donna, un’adulta, una vedova, una che lavora sodo («A me piace lavorare»), una solitaria, un’inquieta ma gentile, un’eccentrica ma cordiale; sceglie la strada, che negli Stati Uniti vuol dire scegliere la non appartenenza (al sistema, all’ordine, alle previsioni), la precarietà, la miseria.

Fern è un simbolo: nell’America odierna di un nuovo finto New Deal, dove il nero è tornato nero e il bianco è bianchissimo, Fern è un po’ come i vecchi pionieri (lo si dice esplicitamente con una battuta di dialogo): ma non erra per costruire, non insegue il futuro, non cerca una permanenza, piuttosto è in costante indugio, senza alcuna illusione, convinta di una giustezza tutta sua, a metà tra la rinuncia indipendente e il capriccio permaloso, in nome di una libertà che negli anni della New Hollywood significava sovversione identitaria e che oggi, in un’epoca e in un mercato industriale trumpiani, appare un ammutinamento civettuolo.

Nomadland è come Fern. Sembra celebrare i sentimenti, tanto quelli di una sana protesta quanto quelli di una sacrosanta autonomia di pensiero, eppure lusinga un’autodeterminazione ambigua che è più egemonica di quanto dia a intendere.

È un film di semplice e tradizionale retorica, antropologica, culturale e geografica, come ci ha abituato il cinema americano degli ultimi 100
anni, eppure la sua articolazione è banale, scontata, a suo modo imperialista, cioè dell’imperialismo dello sguardo di una geografia sepolta, minoritaria, a parte, lo sguardo dell’industria, lo sguardo del potere. Se in The Rider – Il sogno di un cowboy, Chloé Zhao era generosa, pudica, straordinariamente intima ma di un’intimità mai appiccicosa e mai indiscreta, qui al contrario è molesta nell’ordinarietà e antipatica nella mediocrità di un’impaginazione tutta cesellata, tutta piatta e inattiva.

Nessuna accensione non dico di calore, ma neppure di un affetto superficiale. Fern è autoritaria ed egoista, rinuncia agli altri per troppo dolore, scansa il cuore in favore di un integralismo personale un po’ ottuso e un po’ egocentrico. E così è anche Nomadland, a questo proposito perfettamente allineato ai nuovi credi di scambio e di “compravendita”, disonesti perché inevitabilmente classisti, bugiardi perché rappresentativi di un’adulazione capitalistica.

Non mi piace Fern (e il fatto che l’interprete sia Frances McDormand, con tutto ciò che rappresenta per l’immaginario del #MeToo, apre ad altri scenari ancora più sgradevoli). Non mi piace Nomadland. Che mi pare il prodotto “esemplare” di una major al momento opportuno per il commercio dominante. L’asso nella manica dell’oligarchia valoriale. Lo strumento ideale per blandire le coscienze. La parola giusta, e pronunciata nel più corretto e incoercibile dei modi, che però ne sottende un’altra ben più spiacevole. Un discorso elettorale. Un rimprovero di casta.