Intervista

Cineforum incontra Friedkin

In questi giorni, a Venezia, in concomitanza con la consegna del Leone d’Oro alla carriera, è stata presentata la versione restaurata di Sorcerer. Ieri abbiamo visto il film e il restauro è bellissimo. Il contrasto e la nitidezza dei colori sono stupefacenti. Come è venuta l’idea e come è stato il processo di restauro della pellicola?

Ci abbiamo impiegato quattro mesi. Ho rifatto la colonna sonora ma non ho aggiunto niente. Ho solo ripreso in mano tutto il materiale. Non ho messo delle nuove scene e non ne ho tolte altre che erano nell’originale. Ho solo preso il negativo originale e ho fatto la correzione del colore (color timing) per farlo diventare come avrebbe dovuto essere, ma non era mai stato. Non avrebbe mai potuto essere così bello in 35mm. E poi il restauro fa sì che quando guardi il film non c’è sporco, non ci sono graffi. La colonna sonora non ha buchi o giunture. Molti di quelli a cui non piace il restauro digitale dicono “prima non era così, quindi è una merda”. È come sentire la voce di Caruso in un vecchio registratore a filo. Vorreste sentirla come era stata registrata allora o darle tutta la gloria che si merita con le nuove possibilità che dà la registrazione? Io preferire sentire la sua voce pura. E così voglio vedere un film al suo meglio, e voglio che sia proiettato al meglio.

Ma che effetto le fa riguardare il film dopo molti anni? Sembra che non abbia perso nulla del suo impatto originale.

Anche a me sembra così. A me sembra che non abbia perso nulla del suo impatto, anzi forse ci ha guadagnato. Molti dei registi che oggi devono girare delle scene difficili usano il digitale. Mentre noi abbiamo dovuto fare tutto quello che voi vedete. L’abbiamo fatto “in acustico”, come dicono. Credo anche che i personaggi siano fantastici, che la storia tiene benissimo. È quello che è, ma per me è il film migliore che io abbia mai fatto. Ancora di più oggi. Sorcerer è stato anche il film che è più si è avvicinato all’idea originale del film che avevo . Più di ogni altro film che ho fatto, questo era proprio quello che volevo fare. Ed è stato molto difficile farlo.

Per certi versi Sorcerer è stato il climax della New Hollywood degli anni Settanta ma anche il suo canto del cigno. Che effetto le fa vederlo come conclusione di quel periodo?

In realtà credo che Cruising sia il canto del cigno di quel periodo, nel 1979. Ma così è la vita. La cose cambiano, bisogna guardare oltre. Che effetto ha fatto agli italiani di allora vedere che il rinascimento era finito? E anche lì le cose che sono venute dopo non erano lontanamente così grandi o importanti di ciò che c’era prima. Ci possiamo immaginare che effetto avrebbe potuto fare esibire un dipinto moderno di Robert Motherwell o Andy Warhol o uno di quelli che dipingono i graffiti per strada durante il rinascimento? La gente vi avrebbe prestato attenzione? Non li avrebbero nemmeno guardati. Molti non prestano attenzione a quelle cose perché sono già state fatte. Le cose cambiano e bisogna guardare oltre. È una cosa che capisco bene e che affronto, perché è un fatto. Il cinema è andato giù con Guerre stellari, ed è passato a tutta una nuova generazione che l’ha assorbito e ne è stata il modello per il futuro.

Riguardo a Cruising, quanto è stato difficile per lei fare quel film allora e come è stato il rapporto con Al Pacino?

Pacino semplicemente non era mai in orario. Non era capace di svegliarsi in orario, non era in grado di preparasi ed essere sul set quando doveva, mentre devo dire che la sua performance era molto buona. Dal punto di vista professionale però le sue abitudini erano pessime, al tempo. Ma l’unico motivo per cui quel film è stato difficile è che c’erano molte proteste ovunque andavamo, perché nel mondo gay a quel tempo pensavano che Cruising sarebbe stato un attacco alle persone omosessuali, e non era vero. C’erano delle strane persone allora che scrivevano che il film avrebbe ostacolato il mondo gay, e non era vero. Dicevano che dei  gay sarebbero stati uccisi, e non è stato vero. C’erano dei venditori di paura. Questa è stata l’unica difficoltà. Farlo è stato una gioia. Credo che sia ancora un film interessante. Le cose allora stavano così, non so come siano oggi. Ma quello che ho girato è quello che ho visto. Non ho cambiato niente. L’altra cosa è che allora molti critici gay erano infastiditi dal fatto che un uomo straight facesse un film sulla vita gay. Ma io non sono uno straight né sono gay, sono solo un essere umano. Il mio film era un murder mistery ambientato nell’ambiente dei leather bar.

Qual è il suo rapporto con il cinema italiano. Quanta della sua formazione è legata ai registi italiani?

Mi sono senz’altro ispirato a loro. Tutti da Rossellini a Bertolucci. Anche se non ho mai pensato di poterli imitare perché non ci riuscivo. I loro film parlano di una cultura diversa, ma parlano anche delle stesse ansie, paure e della complessità della natura umana esattamente come ho tentato di fare io. Questa è l’unica somiglianza che abbiamo. Questi registi, da Rossellini a Bertolucci, sono i maestri del rinascimento del cinema dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Mi piace ancora guardarli tutti. E ora sono stati rimasterizzati in modo meraviglioso in blu-ray e dvd.

Nella sua autobiografia si parla di un recupero negli ultimi anni di una dimensione di indipendenza produttiva fuori dagli studios.

Ma il cinema indipendente c’era anche allora quando io facevo i film negli studios. Prendete John Cassavetes: lui è il vero regista indipendente. Cassavetes avete ipotecato la casa per fare i suoi film, con tutti i film che aveva fatto. Allora non c’era kickstarter. E adorava fare questo. Adorava il cinema. E per fortuna che c’è molta gente ora – magari non delle moltitudini, ma comunque ci sono – che adora il suo lavoro.

Alcuni attori che hanno lavorato con lei, ad esempio Matthew McConaughey hanno detto che il suo metodo di lavoro sul set è wild. E' d’accordo?

No, è molto razionale invece. Credo che da parte di Matthew sia un complimento quando dice che un uomo è wild. Ma lui viene dal Texas ed è il suo modo di manifestare un apprezzamento. Non vuole dire che sono pazzo sul set nel senso che vado in giro nudo o mi ubriaco. Qualche stupido mi ha chiamato hurricane – Nat Segaloff nella sua biografia su di me – ma se l’è inventato. Nessuno mi ha mai chiamato hurricane. Nessuno.

Cosa ricorda dei suoi inizi di carriera nella televisione e nel documentario?

In effetti la mia carriera è nata con la televisione dal vivo, e poi è passata al documentario. E quando sono arrivato a Il braccio violento della legge [Friedkin dice il titolo in italiano, NdR] ho capito che potevo utilizzare la tecnica del documentario come strumento narrativo in un film di finzione. Avevo visto qualcosa di simile solo nel film di Costa Gravas Z – l’orgia del potere, che, pur non essendolo, sembrava quasi un documentario. Era un grande film e mi diede il coraggio di farlo con Il braccio violento della legge [ancora!, NdR].

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Ora non ho un progetto per un film. Mi sto muovendo per fare della televisione long-form, da cui davvero ultimamente stanno uscendo le cose più interessanti. Leggo costantemente delle sceneggiatura, ma non c’è niente per ora che io voglia fare sullo schermo cinematografico oggi. Ho in cantiere di fare ancora delle opere. Devo farne una a Firenze, tra quasi due anni: si tratta di un Rigoletto con Placido Domingo e Zubin Mehta