"Night Moves"

Danni collaterali

We were just young and restless and bored / Living by the sword. 

I used her she used me / But neither one cared/We were getting our share.

Eh sì, Night Moves, prima di essere il nuovo film di Kelly Reichardt, è stata una fortunata canzone di Bob Seger. Prima ancora il titolo di un bel noir di Arthur Penn, in italiano Bersaglio di notte. I due film hanno in comune una barca, poco più; il rapporto con la canzone è congetturale ma, per certi versi, suggestivo. Quel che è certo è l’ambiguità del titolo, l’oscillazione tra azione e contemplazione: night moves indica le cose che si fanno di notte, ma anche che la notte si muove.

Dakota Fanning, Jesse Eisenberg e Peter Sarsgaard, i tre eco-terroristi young and restless and bored del film presentato in concorso a Venezia, le loro azioni notturne le compiono alla luce del sole, anche se la recitazione apatetica (nel caso di Eisenberg è ovviamente un fatto involontario) e la messinscena, le scelte di location e fotografiche, spengono il sole in una sorta di day for night mentale.

Il problema dei tre ecoterroristi della Reichardt è il fatto di non aver minimamente preso in considerazione gli eventuali danni collaterali: se la cerva trovata lungo la strada può essere eliminata, col suo piccolo ancora vivo in grembo, il fatto che piazzare due quintali di esplosivo per far saltare una diga possa avere conseguenze a latere, sembra non toccare le loro coscienze. Solo dopo che la notizia di una vittima si diffonde il moto si inverte, ed è la notte che comincia a muoversi, a intaccare le solo apparentemente granitiche, invero superficiali, convinzioni dei protagonisti. 

La Reichardt, che era già in concorso tre edizioni fa con l’anti-western Meek’s Cutoff, prosegue nella sua ricerca stilistico-narrativa, procedendo per sottrazione drammaturgica (e drammatica), tra eco-terrorists e anarco-farmers, là dove il medesimo soggetto, in mano a una major, si sarebbe risolto in un roboante baraccone al tritolo.

Il botto lo fa, Nights Move, ma resta fuori campo, per lavorare dentro allo spettatore come dentro alle recuperate coscienze dei suoi personaggi. Non senza qualche sgangheratezza, sul finale, affidato quasi esclusivamente al corpo pelandrone e al volto inerte di Eisenberg.