"Bethlehem"

Diventare grandi a Betlemme

Al centro del film di Yuval Adler c'è l’intricata situazione palestinese (siamo ai tempi della seconda intifada): il conflitto con Israele si mischia alle faide tra un’autorità palestinese in cui regna la corruzione e vari gruppi in costante lotta fratricida (Hamas, brigate Al-Aqsa).

In mezzo a tutto ciò si trova il giovane Sanfur, fratello di Ibrahim, uno dei capi della resistenza anti-israeliana, ma anche informatore di un agente dello Shin Bet che diventa una sorta di suo padre putativo: non è facile per lui trovare un’identità e capire di chi ci si possa fidare e chi si possa prendere come modello a cui identificarsi.

Alla prima proiezione stampa (28 agosto) non ha applaudito nessuno. Nemmeno uno di quei timidi applausi di cortesia che, per esempio, hanno accompagnato i titoli di coda del film che l’ha seguito nella stessa sala, il turco Köksüz (una specie di soap opera su varie infelicità famigliari). Nessuno, peraltro, l'ha nemmeno fischiato. E allora? Considerato che si tratta di un film realizzato con pochi mezzi e molta abilità, che qualche volta taglia i caratteri un po’ con l’accetta ma è capace di creare momenti di fortissima tensione (la caccia all'uomo per catturare Ibrahim, per dirne una), la questione non riguarda i meriti strettamente cinematografici, ma – probabilmente – la situazione in cui la storia si svolge.

Se – per dire – le stesse dinamiche tra personaggi simili, duri e spietati, si fossero sviluppate tra le strade di qualche ghetto americano, probabilmente gli applausi non sarebbero mancati. Quello che racconta Adler tocca invece questioni politiche troppo scottanti (dove torti e ragioni sono maledettamente difficili da districare) perché li si possa considerare solo cinema e guardare attraverso le strutture del genere.

In particolare, ad aver messo a disagio gli spettatori, disorientandoli rispetto alle coordinate con cui sono abitualmente osservati i film su questo tema, è forse il fatto che, della parte palestinese, appaiono quasi solo militanti di gruppi armati dalla fede incrollabile e – ragazzo a parte – non vi sono, tra di loro, personaggi che possano creare empatia.

Eppure, anche da questo punto di vista, Bethlehem (che è stato scritto dal regista insieme a un giornalista arabo, Ali Waked) non cede a facili manicheismi. È infatti vero che il palestinese Badawi è un capo violento, capace di uccidere con fredda determinazione e che, all'opposto, l’agente israeliano è un padre di famiglia in cui è fin troppo facile riconoscersi. Ma è anche vero che quest’ultimo – lo fa notare la moglie con un tagliente commento allo zoo – usa la propria cordialità per ingannare gli altri e usarli. Entrambi, apparentemente così diversi, sono dunque pedine di un gioco (questo sì  spietato) di cui subiscono le regole. Ed è per questo che per Sanfur non ci sono speranze: nessun finale consolatorio ed edificante lo attende (e anche questa mancanza può aver disorientato gli spettatori e frenato gli applausi).