Intervista ad Alberto Barbera: "Aspettatevi molte sorprese"

Il cinema italiano in crisi (quantità più che qualità) e quello americano prolifico e creativo (qualità in quantità). Il Centro e Sudamerica che sfornano talenti e la Cina che bada solo al mercato interno puntando su budget, forme e tecnologie hollywoodiane. In questa intervista Alberto Barbera, direttore della Mostra, ci illustra lo stato delle cose (cinematografiche) da quell’osservatorio privilegiato che è il Lido di Venezia. E ci dice anche qualcosa sul futuro digitale dei festival, sul “cinema della realtà” dilagante, sulle tante scoperte e sorprese che dobbiamo aspettarci da questa edizione (obiettivo puntato su Orizzonti). L’intervista è lunga, “istituzionale”, ma non formale. Barbera ci dice la sua con schiettezza e allo stesso tempo ci aiuta a capire perché un festival come Venezia, pur con tutti i difetti e ritardi che conosciamo, continua ad essere una luogo fondamentale in cui scoprire, diffondere, amare il cinema.

Che siano popolari o d’essai, mainstream o indipendenti, “di lotta” o “di governo” (o magari un po’ tutte queste cose insieme), noi continuiamo a pensare che i festival siano un termometro per misurare lo stato di salute del cinema. Quindi la prima domanda è: cosa si vede dall’osservatorio veneziano? Non parliamo solo dei 54 film selezionati, ma anche dei 1500 visti e rimasti fuori.

«E’ vero, i festival ci aiutano a capire come si muove il mondo del cinema, in quale direzione sta andando. E la mia impressione, da quello che abbiamo potuto vedere e da quello che si è visto a Cannes, è che lo stato di salute sia buono. Dopo un decennio di grande confusione, dovuto alle trasformazioni in atto e alla rivoluzione digitale, con la conseguente perdita dei punti di riferimento del passato, ora si sta andando verso un nuovo assetto, un nuovo paradigma, che non è ancora qualcosa di stabilito, fisso, assestato, però si comincia a intravvedere».

Si prospetta un nuovo modo di produrre?

«Da una parte le major americane continueranno a produrre sempre meno film con budget sempre più alti, utilizzando sempre meglio gli effetti speciali: stanno imparando a dominarli invece di farsi dominare. Un esempio è “Gravity”, il film che aprirà il festival di Venezia. Un film che sarebbe impensabile senza effetti speciali, che è straordinario dal punto di vista visivo, ma che allo stesso tempo è anche un film d’autore molto forte. Non a caso ci sono voluti 5 anni per realizzarlo. All’estremo opposto c’è una produzione indipendente crescente in termini quantitativi e qualitativi. Il digitale ha reso possibile girare film a basso costo riuscendo a garantire comunque una qualità che non era possibile con la pellicola avendo a disposizione budget limitati.

In mezzo a questi estremi cosa c’è?

«Tutta una fascia intermedia molto diversificata e se vogliamo disarticolata, che andrebbe definita meglio a seconda dei paesi e dei continenti, ma che ad esempio negli Stati Uniti produce opere particolarmente valide.  Ci sono parecchi film proposti dalle grosse case di produzione americane che si presentano come degli anelli di congiunzione tra Hollywood e i film indipendenti, spesso coinvolgendo i registi migliori e le stesse star delle pellicole ad alto budget. In Europa, invece, dove la Francia continua ad essere il paese trainante, si tende (purtroppo) a girare film sempre più costosi, con un occhio al mercato internazionale, perdendo quelle che erano alcune delle caratteristiche originali di questo cinema».

Chi sta meglio e chi sta peggio, dal punto di vista della qualità della produzione?

«Le cose più interessanti ultimamente stanno accadendo in Sudamerica, non solo nei paesi tradizionali tipo Brasile e Argentina, ma anche in Cile, Costarica, Guatemala, Venezuela. Da lì arrivano piccoli film molto interessanti. Anzi arrivano da tutti i paesi del centroamerica, Messico compreso, che propongono tanti validi giovani autori. All’opposto, il continente asiatico, soprattutto il sudest, che una volta era un grande serbatoio di film innovativi, nuovi autori, nuovi linguaggi, oggi sembra in sofferenza.  Certo, non bisogna generalizzare, ci sono autori (da Wong Kar-wai a Jia Zhangke) che grazie al loro prestigio continuano ad avere una certa libertà produttiva. Ma succede ad esempio che i prodotti cinesi non siano quasi più “esportabili”. Il mercato della Grande Cina sta crescendo a ritmi impressionati, dal punto di vista tecnologico è all’avanguardia (per esempio, grazie a un accordo produttivo, usa la stessa tecnologia 3D messa a punto da Cameron per Avatar), però i  film realizzati  guardano quasi esclusivamente al mercato interno. Pellicole che da una parte sembrano rincorrere il prodotto Usa (ma allora perché dovrebbero interessare il pubblico occidentale, che ha a disposizione l’originale?) e dall’altra raccontano storie per noi indigeste.  A parte poche eccezioni, dunque, in Cina sta scomparendo il cinema d’autore. Gli autori cinesi, oggi, se vogliono lavorare, devono realizzare film per quel mercato e con quelle modalità. Hou Hsiao-hsien da due anni sta girando un film con un budget incredibile, che non aveva mai avuto a disposizione in tutta la sua vita, e chissà quando lo finirà. Il mercato sta distruggendo ciò che conoscevamo come “cinema cinese”, nessuno vuole più rischiare con piccoli film destinati a rimanere privi di distribuzione»

Tornando all’osservatorio sullo stato del cinema, noti una qualche tendenza egemone dal punto di vista del linguaggio, dello stile o magari anche dei temi, qualcosa che possa essere interpretato come un segno dei tempi?

«E’ un panorama molto frastagliato. Ma la nota dominante è quella del “cinema della realtà”, che prova a interpretare la contemporaneità, questo nostro tempo fatto di confusione, incertezza, perdita dei valori. C’è un grande desiderio di guardarsi intorno e cercare di capire cosa sta succedendo. Si parla del presente che stiamo vivendo con tutta la sua contraddittoria, devastante assenza di punti di riferimento. Non per niente si racconta spesso l’assenza dei genitori. C’è una quantità enorme di film i cui protagonisti sono bambini abbandonati a se stessi, perché i genitori non ci sono, sono occupati a fare altro, a costruire o a mantenere il proprio benessere. E la selezione veneziana riflette questa tendenza».

Domina il pessimismo o ci sono anche film che provano a offrire soluzioni e visioni più solari?

«Qualcuno c’è, anche se sono una minoranza. E un esempio può essere il film di Gianni Amelio, che è un racconto in presa diretta del nostro Paese, affronta questioni come il problema del lavoro o le difficoltà legate ai rapporti famigliari e interpersonali, ma in una chiave di leggerezza, in cui non è esclusa la possibilità di migliorare le cose, il coraggio di provarci».

A proposito di Amelio, il cinema italiano è da sempre la croce di tutti i direttori della Mostra di Venezia. Non c’è anno in cui non si parli di esclusi delusi o inclusi deludenti. La selezione di quest’anno sembra piuttosto interessante. Gli aggettivi più utilizzati sono “coraggiosa”, “originale”, “rischiosa”. Sono state scelte obbligate? O avevate in mente, fin dal principio, di osare di più?

«Il nostro atteggiamento è sempre quello di dire: vediamo tutto quello che c’è, lasciamoci investire dalle suggestioni di ciò che guardiamo, e poi decidiamo. Quest’anno abbiamo visto quasi il doppio dei film italiani dell’anno scorso. Siamo passati da 85-86 lungometraggi di fiction e 75 documentari a 155 fiction e poco meno di 80 documentari».

Il dato, visto così, sembrerebbe un segnale di vitalità.

«Purtroppo invece non lo è. Dal punto di vista della qualità il panorama è piuttosto sconfortante. Bisogna essere molto franchi. Oggi si produce tantissimo cinema in Italia, ma stiamo assistendo a un’inversione di tendenza rispetto a quanto di buono si era visto negli ultimi anni.  Tutti sappiamo cosa è successo alla fine degli anni ’90, quando il cinema italiano ha toccato il punto più basso sia in termini quantitativi che qualitativi. Poi si è capito che l’unica soluzione per uscire da quella situazione era investire sulla qualità. Oggi stiamo tornando indietro. Grazie al digitale, girare un film costa molto meno, e questo è un fatto positivo, ma ciò comporta anche il proliferare di opere dal valore discutibile. Oggi in Italia si produce tanto cinema ma di bassa qualità, e così rischiamo di perdere quel pubblico che il cinema italiano aveva riconquistato all’inizio di questo decennio».

Eppure la selezione veneziana sembra stimolante.

«Lo è senz’altro. Ma devo anche confessare che se avessimo voluto selezionare un numero maggiore di film, saremmo stati in imbarazzo. Queste sono sicuramente le cose migliori che abbiamo visto, film molto diversi, che vanno in direzioni differenti, che magari non sono tutti perfetti (non siamo alla ricerca di capolavori, ma di stimoli) e però sono sicuramente interessanti.  In concorso c’è un grande autore come Amelio che decide di rischiare, facendo una cosa che non ha mai fatto, una specie di commedia, pur con dei risvolti drammatici. C’è un esordio, quello di Emma Dante, così come l’anno scorso avevamo ospitato l’esordio di Ciprì. C’è un documentarista molto bravo come Gianfranco Rosi, con quella che secondo me è la sua opera migliore…».

…E parliamo di un autore che aveva già realizzato film molto belli.

«Infatti dopo aver visto il suo film abbiamo deciso che valeva la pena proporre la novità assoluta di un documentario italiano in concorso. I tempi erano maturi per farlo.  E così i documentari in gara sono due».

Verrebbe da dire: finalmente!

«Il cinema cambia e ci sono film che rientrano a fatica nella separazione tradizionale tra fiction e documentario».

Poi ci sono le proposte di Orizzonti.

«E anche qui si vedrà del buon cinema italiano, grazie a un documentarista che esordisce nella fiction, Alessandro Rossetto (come era successo l’anno scorso con Leonardo Di Costanzo e il suo “L’intervallo”),  alla nuova opera di Andrea Segre, che prosegue coerentemente nel suo percorso, ma anche a “Il terzo tempo” di Enrico Maria Artale, un altro debutto, un film di genere che si ispira a un modello americano, il cinema di ambiente sportivo (rugby), anche se poi affronta questioni importanti e complesse anche dal punto di vista sociale».

Cosa rispondi a chi accusa la Mostra di essere troppo anglofona?

«Le cose più interessanti, in questo momento, arrivano da lì. Ripeto: noi mostriamo ciò che scopriamo nel nostro lavoro di ricerca. Ad esempio, come ho già detto, il fatto che ci siano società di produzione americane pronte a investire in film che non sono blockbuster ma neanche solo “cinema d’essai” e che si rivelano molto interessanti, per lo stile, le storie raccontate, la qualità dei registi e degli interpreti coinvolti. E’ straordinario quello che sta succedendo. Pensiamo ad esempio a un fenomeno come quello di James Franco. In quale altra parte del mondo esiste un personaggio del genere, che è insieme un attore di successo hollywoodiano, un regista indipendente estremamente prolifico, uno scrittore e anche un produttore di cose altrui? E’ una specie di piccola factory, come accadeva negli anni Settanta-Ottanta. Questa cosa va intercettata, segnalata e presentata al pubblico degli appassionati di cinema».

Il rammarico che da sempre accompagna i festival è che ci sono troppi film destinati a non essere visti e distribuiti. Uno spreco di talento e di cinema. L’anno scorso abbiamo salutato con soddisfazione l’idea di creare una sala virtuale in cui è possibile vedere i film di Orizzonti sul web (esperimento ripetuto quest’anno). Un giorno questa proposta verrà ampliata? Si può immaginare un modo perché questa possibilità sia interessante anche per i produttori e i distributori, oltre che ovviamente per gli spettatori potenziali? 

«Il futuro passa da qui. Sono convinto che ci sarà sempre bisogno dei festival, perché fanno un lavoro di valorizzazione del nuovo che non può essere sostituito. Penso anche che le sale non scompariranno, perché continuano ad essere un’esperienza unica, insostituibile. Però è sicuramente vero che la nuova frontiera è quella di internet e delle possibilità garantite dalla tecnologia. Forse è presto, siamo indietro, la tecnologia non è adeguata, bisogna mettere a punto nuovi modelli, però prima o poi ci arriveremo. Non posso dire se fra due anni o cinque o dieci, ma succederà. Ricordo benissimo quando nel 2000 si diceva: chissà quando ci sarà la rivoluzione digitale? C’è chi parlava di 10 anni, chi di 20 o 30 anni. Beh, ne sono passati 13 e la rivoluzione sta avvenendo: dal 1 gennaio 2014 bisognerà avere un sistema digitale per distribuire film e farli vedere al pubblico. Il processo è avviato. Il futuro è quello. Che i festival debbano avere uno sviluppo sul web mi sembra inevitabile».

L’anno scorso abbiamo anche parlato della voragine del Lido recuperata a metà come un inizio di normalizzazione, anche simbolica, della Mostra. Parliamo della fruibilità del festival da parte del pubblico e degli accreditati e anche della sua immagine internazionale.

«Anche qui ci sono novità positive e incoraggianti. Quest’anno c’è una sala in più, anche se piccola, 150 posti, all’interno del Casinò. La Sala Volpi ricostruita. Il PalaBiennale completamente rifatto. La sala delle conferenze stampa, che già l’anno scorso ospitava alcune proiezioni, decisamente migliorata, nel senso che è stata realizzata una gradinata. E poi c’è la grossa novità dei 6 milioni di euro stanziati per rifare completamente il Paladarsena. I lavori cominceranno a dicembre e quindi saranno completati per la prossima mostra (la capienza sarà aumentata fino a 1450 posti e la sala verrà isolata acusticamente). Infine, il Comune di Venezia si è impegnato a presentare durante la Mostra il progetto per un nuovo palazzetto, non grande come quello previsto in origine, ma con una superficie adeguata a migliorare la dotazione del festival e a trasformare davvero il Lido in una cittadella del cinema».

Riassumendo, in conclusione, che festival sarà? C’è chi ha lamentato la possibilità che ci siano pochi divi (noi, per la verità, daremmo volentieri un paio di divi in cambio di una bella scoperta cinematografica) e chi parla preventivamente di una selezione particolarmente impegnativa.

«Intanto smentiamo le voci fasulle: non ci saranno meno star, anzi forse ce ne saranno più dell’anno scorso. Di sicuro ci saranno dei grandi film. Ma troverete anche parecchie scommesse, scelte originali, sorprese, indicazioni di nuove tendenze e talenti sconosciuti. E’ questo che deve fare oggi un festival del cinema».

Quindi, più che un “festival vetrina”, si direbbe un festival-antenna che prova a intercettare le tendenze del cinema contemporaneo.

«Quando hai a disposizione tanti film d’autore, realizzati da grandi nomi conosciuti dal pubblico, allora puoi permetterti di fare il “festival vetrina”. Ma siccome i film d’autore sono sempre meno, e c’è invece una parte della produzione mondiale molto interessante e poco conosciuta che vale la pena di esplorare, allora è più interessante scommettere su certi film e registi emergenti, bisogna avere il coraggio di presentare cose più ricercate, originali, forti».

Al di là dei grandi nomi che tutti attendiamo, ci sono cose piccole, speciali, che ti sentiresti di segnalare. Qualche consiglio per gli acquisti cinefili?

«Il mio consiglio è: state attenti a Orizzonti. Certo, il concorso è fatto di tante cose anche molto belle, di nomi attesi e di altri nomi da scoprire, ma più o meno qui si sa cosa si va a vedere. Orizzonti, invece, a parte qualche nome, è un territorio sconosciuto e da qui arriveranno alcune delle sorprese e scoperte migliori».