Ana Arabia, del regista israeliano Amos Gitai, è un unico, bellissimo piano-sequenza di ottantacinque minuti, girato in una enclave palestinese della città di Jaffa. Qui, Yael, una giovane giornalista, entra in un piccolissimo quartiere (una “bidonville” la definisce il regista) alla ricerca di testimonianze sulla vita di una donna palestinese che, solo tardivamente, i figli scoprono essere stata ebrea e, da bambina, deportata ad Auschwitz.

Entrando in quel particolare microcosmo fuori dal tempo e dallo spazio, eppure nel cuore pulsante della città, dove ebrei e palestinesi hanno sempre convissuto pacificamente, la giornalista si perde, dimentica il suo lavoro, segue affascinata le storie che gli anziani e le donne le raccontano. 

Il labirinto del piccolo quartiere diventa il labirinto delle storie che Yael si sente raccontare dal marito della donna, da un amico, da un conoscente, da un’altra donna ebrea che ha sposato un arabo. Storie di parentele che si intrecciano, di destini che si incrociano, di diaspore e ricongiungimenti, di defunti, di arrivi e di partenze.

Un universo affabulatorio tenuto insieme dal collante magico della macchina da presa di Gitai, che segue, discretamente, senza farsi “personaggio”, i passi della giornalista. Una topografia geografica labirintica che rispecchia quella altrettanto labirintica delle relazioni tra gli abitanti, e le loro storie, con la Storia.

Yael si aggira per vicoli e stradine, scopre un orto, un giardino, un frutteto, finché, con gli occhi velati dalle lacrime, lascia quel luogo, mentre la macchina da presa si alza in un dolly vertiginoso che mostra dapprima tutta la città dall’alto e poi sale ancora verso il cielo: quel cielo sotto il quale ebrei e palestinesi sono tutti uguali.  

Per il suo autore, infatti, il film è «una specie di affermazione politica con cui si commenta che i destini di ebrei e arabi di questa terra non saranno spezzati, non saranno separati. Sono intrecciati e dovranno trovare un modo pacifico di coesistere, non solo in continuo conflitto, ma vivendo ognuno la propria vita e nutrendosi e stimolandosi gli uni con gli altri».