Intervista al regista di "Zoran, il mio nipote scemo"

Oleotto, il Friuli e Lebowski

Vorrei cominciare col chiederti qual è la differenza che separa l’alcolista dall’alcolizzato, uno scarto che Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) sottolinea per prendere le distanze da Ernesto.

C’è una differenza medica, che è quella che ci interessava meno. È una discussione con la quale sono diventato grande, nel senso che ho sentito per ore la gente parlare in osteria sulla differenza tra l’essere un alcolista e un alcolizzato: c'è il "bere per piacere"; e c'è il bere tanto, bere dalla mattina, "se non bevi stai male". Mi piaceva l'idea che in realtà Paolo sia un furfante. Queste battute le lancia così, le regge, le sostiene col viso, però in realtà se qualcuno lo fermasse e gli domandasse: “ma che differenza c’è?”, probabilmente crollerebbe. Però è fisicamente così potente che nessuno si permette di contraddirlo, per cui la gente rimane così, un po’ basita.

Il vino, per buona parte del film, è complice di vita dei personaggi, occupa completamente il loro orizzonte: dal bicchiere in tavola alle coltivazioni dei campi tutt’attorno. Però sembra quasi che le attenzioni rivoltegli siano più che altro un atto dovuto, un non poter fare altrimenti.

Noi friulani siamo famosi perché beviamo tanto. Adesso, fortunatamente, cominciamo a essere famosi anche perché beviamo bene, non solamente tanto. Però quando porto qualche amico da fuori, in macchina, nelle mie terre, gli dico: “Guardati un po’ in giro”. La risposta quindi è presto fatta sul motivo per cui c’è molta cultura legata al vino. Se tu vai a casa di una persona che abita nel Friuli Venezia Giulia, o nella vicina Slovenia, dalle dieci della mattina non ti offrono più un caffè, ti offrono un bicchiere di vino. Perché il vino non è inteso solo come una cosa per sballarsi, ma è proprio cultura. Come tutte le cose poi c’è chi lo utilizza per farsi del male, c’è chi lo utilizza per dimenticare, chi per tirare fuori il coraggio. Comunque lo si voglia intendere il vino è un personaggio del film.

E questa cosa è evidente già in apertura quando vai a stringere, illuminandola, su una bottiglia in tavola, facendola protagonista della composizione del quadro. Stessa centralità che gli riconoscono tutti i personaggi, incapaci di allargare realmente i loro orizzonti. Pur restando fedele ai toni e ai ritmi della commedia, lasci affiorare un sentimento di rassegnazione. Paolo vezzeggia la fuga, ma alla fine non riesce mai a staccarsi da quel mondo.

Sì è così. Si passano le ore nelle osterie, nelle osmize, nelle frasche, e tutti raccontano la loro voglia di evadere, ma è una voglia di evadere finta. Perché spesso non sono persone pronte. Sono persone che stanno bene all’interno del loro contesto. L’unica vera evasione è nell’osteria: lì possono sognare di andarsene. È un micro-mondo che allo stesso tempo ti protegge e ti ingabbia. Feci un corto, una decina di anni fa, che si intitolava Domani si comincia, dove raccontavo di questi due che si incontravano in osteria e, nell’arco di dieci minuti, avevano rivoluzionato il mondo. Poi, dopo l’ultimo cin, si salutavano, ognuno già con lo sguardo rivolto alla propria quotidianità, però con la promessa di ricominciare l’indomani.

Nel personaggio di Paolo, questo bevitore rude, ho visto un Lebowski furlano. È un paragone concesso?

Assolutamente sì!

Che poi Il grande Lebowski torna citato con puntualità nella sequenza della sfida a freccette tra Zoran e il “campione” della squadra slovena, che rifa il verso al personaggio di Jesus interpretato da John Tururro.

Siamo stati scoperti! Reputo Il grande Lebowski, un grandissimo film, un capolavoro. La scena nell’osteria della gara a freccette a me fa molto ridere, tanto che avevo pensato di utilizzarla come piccolo trailer di lancio. Ma ci siamo accorti che risultava un estratto orrendo, quasi adolescenziale, se separato dal contesto. Riguardo a Paolo/Lebowski c’è sicuramente lo stesso menefreghismo, quell’affrontare la vita a petto in fuori che lo rende, li rende, indipendentemente dal risultato, invincibili.

I due protagonisti, Paolo e Zoran, li caratterizzi per contrasto. Tanto è eccessivo lo zio quanto è compito il nipote. Volevo sapere se questa differenze erano solo caratteriali o anche culturali, essendo il primo friulano e il secondo sloveno.

Non abbiamo fatto una scelta di differenziazione culturale. Ho provato a raccontare un po’ il mio piccolo mondo antico: si considerava, con tono dispregiativo, “Yugo” tutto quello che stava dall’altra parte del confine, e alcuni, come Paolo, lo fanno ancora adesso, pur essendo assolutamente fuori tempo massimo. La cosa curiosa che è uscita dal film, ma senza accorgercene in fase di scrittura, è che tutti i personaggi sloveni sanno parlare l’italiano mentre non succede l’inverso. Per Paolo tutto ciò che può essere considerato “Yugo” è da fuggire come il diavolo.

Da parte del giovane cinema italiano c’è una forte attenzione per la provincia. Penso a Gianni Zanasi (da cui riprendi oltre a Battiston anche Teco Celio) e, più vicino geograficamente, Andrea Segre. Come giustifichi questo interesse?

Credo che la provincia sia la ricerca di un’identità. Esiste fortunatamente una classe di registi e di produttori che sono ritornati a raccontare qualcosa che arriva da dentro, concentrandosi sulle specificità. Tornare in provincia significa un po’ cercare di stringersi attorno, di tornare a lavorare assieme, condividere qualcosa che sia legato anche da un territorio geografico. Dal mio punto di vista ritornare in provincia significa ritornare alle origini, ripartire da quello che più mi appartiene, dalla mia identità. Se chiedi a dieci registi di fare delle inquadrature per Roma, forse otto ti mostrerebbero la stessa identica cosa. Perché si guarda a certi contesti o situazioni con uno sguardo non partecipe, anaffettivo.

Un altro termine di riferimento che mi è venuto in mente vedendo il tuo film è Carlo Mazzacurati, ho rivisto la stessa capacità di imprimere alla narrazione un incedere lento dettato dal contesto, che è appunto quello della provincia più profonda e anacronistica.

Carlo Mazzacurati è un regista che stimo e che seguo con grande attenzione. Non l’ho mai conosciuto. Giuseppe Battiston gli ha fatto vedere il film e a Carlo è piaciuto molto. Quindi questa sarà finalmente l’occasione per conoscerlo. Ricordo che tanti anni fa feci leggere una sceneggiatura a un dirigente che mi disse che lo scritto era troppo simile a un soggetto di Mazzacurati. Per me fu un grande complimento. I soldi però non me li diede.