"Moebius"

Pene dell'inferno

Una madre tradita cerca di punire il marito infedele evirandolo nel sonno. Fallito il tentativo, decide allora di vendicarsi del consorte destinando lo stesso trattamento al figlio adolescente. Visto il figlio privato dell’organo genitale, il padre cerca di trovare altri modi perché il ragazzo possa provare piacere sessuale (il dolore, ad esempio), mentre nel frattempo va a caccia di informazioni on-line sul trapianto del pene.

Kim Ki-duk torna al Lido un anno dopo la vittoria del Leone d’oro con un film che molti pensavano sarebbe stato una sorta di opera di transizione o di alleggerimento, e che invece si è rivelato un’opera bizzarra, estrema per certi versi, personalissima senza dubbio. Del resto, pur nelle pieghe di una trama esile, il regista coreano imbastisce un film che compendia molta della sua arte e accumula uno dopo l’altro tanti dei temi che gli sono cari.

Il risultato è una fiaba virata in nero, una commedia grottesca, schizofrenica e violenta, dentro cui sono precipitate, evidenziate ed esplorate sino allo stremo, le grandi passioni umane.  Kim Ki-duk fa suo il mito greco della creazione e dà vita a una famiglia in cui padre, madre e figlio sembrano i ritratti degli dèi Crono, Gea e Urano, e agiscono come in preda a istinti primordiali, rendendosi protagonisti di una tragedia eschilea.

Le passioni che li agitano, evidentemente modellate dal regista nel solco del legame che unisce il mito greco e la psicanalisi, divengono forze incontrollabili, tensioni tanto smisurate da non poter essere domate e da far sì che, come in tanti film del regista coreano, finiscano per costringere gli individui a fare i conti con l’ineluttabilità del proprio destino.

Le questioni religiose e la fede questa volta c’entrano poco o, meglio, temi come la colpa, il dolore, l’espiazione e la morte sembrano trovare una loro più naturale contestualizzazione nella logica autodistruttiva dentro cui la famiglia è precipitata, piuttosto che in un sistema che fa riferimento a questioni etiche o morali.

Ciò che lascia perplessi è invece il côté da grand guignol del quale Ki-duk si avvale per raccontare la storia. Come se intendesse svuotare di senso la vicenda, dandola in pasto alla mistificazione della stravaganza formale. Il risultato è che la storia finisce per svuotarsi, in parte, della sua virulenza e della sua carica allucinatoria. Ed è un peccato, perché anche nella povertà di mezzi alla quale ha dovuto far fronte, il regista coreano è riuscito a dare un’ulteriore testimonianza della propria idea del mondo. E se tale immagine ha da far paura, così sia.