Riflessioni su Venezia 70

Redemption cinema

Chissà se ci abbiamo mai creduto alla storia che il cinema, oltre a osservarla e raccontarla, la realtà potesse anche cambiarla. Certo, se un tempo lo abbiamo fatto, ora non lo facciamo più, e nel frattempo il cinema ha forse capito qualcosa di quella che potrebbe essere la forza da opporre all'impermeabilità del reale, la possibilità non di mutare le cose, ma di redimerle, generando con il suo sguardo e i suoi racconti una possibile controstoria.

Il verbo redimere lo rubo al film più bello di Venezia 70, Redemption di Miguel Gomes (nella foto) venticinque minuti in cui il regista portoghese reinventa la storia pubblica e privata del XX secolo e ogni possibile uso futuro del cinema domestico in 8mm. Tradimento, rimpianto e vergogna segnano l'animo dei quattro uomini di potere fasulli eppure veri che Gomes inventa, mentre l'altro potente della Mostra, il Donald Rumsfeld di Errol Morris, per quanto verissimo, in The Unknown Kown non fa altro che immergersi in un mare così denso di ragionamenti contorti da perdere il senso della Storia, irridendo con la sua filosofia fasulla alla pretesa del documentario (non credo di Morris, interessato all'uomo e solo attraverso la sua fragilità anche alle sue colpe) di ordinare il caos.

A redimere la realtà sfigurata dalla falsa coscienza di Rumsfeld ci pensa però Wiseman, che in At Berkeley osserva - e costruisce con il montaggio - la cosa pubblica nel suo faticoso reggersi e proseguire, e al cinismo del potere oppone le parole di un docente della più prestigiosa università pubblica del mondo, quando afferma sconsolato ma onesto che laddove ci sono rapporti personali solidi non esiste struttura che possa infiltrarsi. 

L'umano resiste, perché in fondo anche Rumsfeld è un potente in silenzio, e come i matti di Wang Bing o i volti del Grande raccordo anulare di Rosi o ancora gli uomini e le donne in posa di Gitai, e ovviamente come gli attoniti, disperati personaggi di Tsai Ming Liang, resta lì, di fronte all'occhio del cinema, in attesa che l'inquadratura stacchi (e di solito l'inquadratura non stacca, o lo fa con tempi inattesi). Il suo primo piano rivela la solitudine dell'uomo, non solo l'arroganza del vincitore, laddove, all'opposto, il ragazzo dalla bocca squarciata di Tom à la ferme non si volta mai, e nell’inquadratura frontale agognata e mancante si sprigionano i sogni dell'impudico Xavier Dolan, la proiezione di desideri inconfessabili e bellissimi che solo grazie al cinema possono essere espressi, forse redenti.