"Locke"

Tutto in un'auto

Ivan Locke è in macchina: a casa lo aspettano per vedere la partita in tv, al lavoro si prospetta all’orizzonte una giornata decisiva. Locke è un ingegnere, ragiona col cemento, è un uomo solido. Ma lui, sopraffatto dal passato personale e da un’idea di legge morale che gli frulla in testa, non sta andando né a casa né al lavoro. Sta raggiungendo l’amante di una notte in procinto di partorire, non senza complicazioni, un figlio suo. Non segue l’amore – che, ovviamente, non prova – ma un’idea di responsabilità di cui la sua vita è stata privata.

Provate a immaginare una storia in cui si racconta di un protagonista che – in viaggio tra Wigan (deduzione fatta grazie al nome di un calciatore della squadra locale di cui la famiglia del protagonista è tifosa) e Londra – è per tutto il tempo al volante e parla con i suoi antagonisti grazie al telefono. Ora che l’avete fatto, dimenticatevi tutte le potenziali ipotesi negative (staticità, noia, sottrazione). Locke è un film che si definisce attraverso una straordinaria costruzione narrativa. Parte dal grado zero di un’ipotetica azione e su quella modella una storia.

Il montaggio – fatto d’inquadrature tra loro simili, speculari, simmetriche – regala poche distensioni cronologiche a un’evoluzione che gioca, con qualche licenza, sul tempo reale. La creazione della suspense è la scommessa maggiore – vinta con mezzi non convenzionali – di un film che si definisce attraverso una concatenazione di eventi solo evocata, mai inquadrata, e quindi sempre più ipotetica.

Il viaggio di Locke diviene un percorso di consapevolezza in cui le voci (letteralmente) dei suoi interlocutori prendono vita, fondano storie e personaggi, impongono allo spettatore un giudizio e una presa di posizione. Tom Hardy è straordinario nel regalare al suo protagonista una patina di fragilità e di timore (contrastanti con la sua struttura fisica), ma il risultato maggiore del film di Steven Knight – sceneggiatore del più originale Frears degli ultimi anni, Piccoli affari sporchi, e del magnifico La promessa dell’assassino di Cronenberg – è nella sua scientifica consapevolezza di poter modellare storie, nel cemento e nel dolore, capaci di lasciare un segno.