Visioni del futuro (1): "Cloud Atlas"

Il futuro non è nostro

L'uscita in sala di Snowpiercer (il 27 febbraio), un film di fantascienza di Bong Joon-ho ambientato nel 2031, nel pieno di una nuova Era Glaciale, ci offre l'occasione per rievocare alcuni futuri possibili incontrati nel passato (recente e remoto) della storia del cinema. Ne pubblicheremo uno al giorno. Questo è il primo, dedicato a Cloud Atlas.

 

Di tutti i possibili futuri immaginati dal cinema, quello di Cloud Atlas è l’unico a essere doppio.

Sono due le storie situate in là nel tempo: una ambientata in un futuro da incubo postmoderno, un futuro che è fine di tutto, un ingolfamento urbano di tecnologia e luci artificiali alla Blade Runner, e l’altra collocata su un pianeta lontano dalla Terra e in un oltre-domani impossibile da collocare, un dopo-mondo raffigurato come un passato primitivo, che per quanto pure lui un po' derivativo, è in realtà la rappresentazione di qualcosa che il cinema non sa quasi mai fare, immaginarsi cioè il futuro come nuovo inizio, un altrove spaziale e temporale che azzeri questo mondo per inventarne un altro, offrendo così una salvezza, o una possibile redenzione.

Perché questo non mi è mai piaciuto di tutti i nostri possibili futuri: che sono, per l’appunto, nostri, che sono una degenerazione di questo possibilissimo presente, l’automatismo pigro di un mondo incapace di immaginarsi altro da sé (e pure Snowpiercer, purtroppo, non sfugge a questa logica).

Cloud Atlas invece il vero futuro se lo immagina, il futuro che non ci appartiene, il futuro in cui non solo noi, ma pure quelli che saranno venuti dopo di noi, saranno diventati i protagonisti mitici di una favola per bambini.