Three di Johnnie To

Era chiaro e già scritto che Johnnie To avrebbe prima o poi chiuso il cerchio. C’ha tentato varie volte, spesso fallendo, soprattutto di recente, con Office (2015), che cercava di sintetizzare anni di ricerca formale con il massimo del formalismo.

Ma è finalmente con Three che giunge a conclusione un percorso di ricognizione grammaticale dei generi che, al netto di facili entusiasmi, per molti lustri ha colpito nel segno. Mancava giusto il pezzo decisivo, quello in grado di completare il disegno, di terminare una visione prepotentemente autoriale non solo sul mondo ma – in maniera più autoritaria – sul cinema: Three è il riepilogo e contemporaneamente il trionfo di un gesto d’autore forte, che in una filmografia ormai sterminata chiama in causa esplicitamente il diritto di imporre un’idea, di mostrare una cifra. È qui che To riassume un pensiero e nello stesso tempo, con un’intensità magistrale, ne ripropone l’efficacia: lavorare nel cinema significa anche lavorare sul cinema. Con buona pace dei numerosi detrattori e degli infaticabili perplessi, Johnnie To non è diverso da un Godard o da un De Palma, cioè dai filmmaker che coerentemente e talvolta arrogantemente a un certo punto si occupano prima di tutto del proprio immaginario estetico, esercitando sullo stile un’azione violenta, sicuri che essa possa anche – ma non esclusivamente – raccontare le cose e le persone, e magari pure la realtà, quando va bene.

Three è in questo senso il Doppia personalità di To, il film che salda gli uguali e gli opposti di un intero tempo autoriale, portando all’estremo il significato dell’immagine e del set come rappresentazione privilegiata e – permettetemelo – ontologica. Finzione massima, massimo artificio: a quasi vent’anni da The Mission, To torna di nuovo ad usare la messa in scena quale superficie su cui far scivolare eventi e personaggi. Non c’è niente di spontaneo, non c’è niente di naturale, tutto è così perimetrato e pensato che la costruzione si dà subito, si offre senza sé e senza ma: prendere o lasciare, questo è il Johnnie To più clamorosamente evidente, autoriflessivo, forse perfino compiaciuto, però anche abile come pochi a dimostrare che il cinema è un gioco di specchi, e che l’autore, quando è veramente autore, non teme rivali.

Nell’ospedale di Three, dove pazienti, infermiere, capireparto, poliziotti e criminali fanno sempre e inesorabilmente la cosa sbagliata, innescando un effetto domino travolgente, dove il caso è ingombrante e le scelte si pagano care, non soltanto si mescolano ovviamente i generi (dalla commedia al dramma all’action), non soltanto To ritrova il semplice piacere della composizione astratta in 2.35:1, ma si ferma anche il tempo, si racconta per accumulo e infine se ne filma l’esito: che svela da solo l’operazione con un linguaggio esibito, un overlap anzitutto visivo (benché fra i sound designer ci sia Tu Duu-chih, una garanzia) che culmina in una sparatoria in piano sequenza durante la quale effetto digitale e interpretazione non hanno più soluzione di continuità, i corpi si muovono al rallentatore (anche letteralmente: gli attori fingono di essere al ralenti!) e restano sospesi, lo sguardo si arresta e poi corre veloce da un’altra parte, verso un primo piano, e poi lo abbandona, e torna indietro, e si sposta ancora, come se David LaChapelle e Wang Qingsong s’incontrassero improvvisamente.

Davvero To non ha mai fatto niente di simile: eppure, più del risultato, più dell’ennesima conquista di genere, e più ancora dell’uso “fenomenologico” del digitale, colpisce la sfrontatezza di un cineasta che crede così semplicemente ma così appassionatamente che si possa ancora dialogare con il film e con la sua paternità autoriale. In passato, flop come Fulltime Killer (2001) o Vendicami (2009) avevano già tentato la strada della ricapitolazione e del compendio, ma evidentemente non era ora: Three al contrario si rivela l’episodio cruciale di un’elaborazione visiva capace di mettere in proporzione lo slancio stilistico emotivo in prima persona con le esigenze dello spettacolo, la ricognizione con la ragione, la sensibilità sopraffina con il calcolo.

Ci vuole una giustificazione solida, per riuscirci, e non soltanto il senso del rischio o il cosiddetto “coraggio”, che di per sé ormai sono un atto dimostrativo e non vogliono dire più niente (a tal proposito, si veda l’ultimo Skolimowski, 11 minuti). In Three, che anche per questi motivi è il vero musical di Johnnie To, pieno di sipari e di quinte, un trucco senza resa, una fantasmagoria abbagliante, c’è l’ingegno di un autore così forte da risultare sbrigativamente “di superficie”, e c’è l’urgenza inattaccabile di far parlare per sé l’immagine, a cui è affidato lo scettro per governare la centralità e le periferie dello sguardo di chi crea e di chi guarda. Sarà anche presunzione, però stavolta la relazione che nasce fra autore e spettatore (fan o no) è una relazione amorosa.