"Cuore selvaggio" di David Lynch, Palma d'Oro nel 1990

Felici e contenti?

In attesa di Cannes 2014, rievochiamo alcuni dei film che abbiamo amato di più tra i vincitori della Palma d'Oro (e del Grand Prix). Racconteremo, tra gli altri, Il Gattopardo di Visconti, Cuore Selvaggio (Wild at Heart) di Lynch, Vite vendute (Le salaire de la peur) di Clouzot, La classe-Entre les murs di Cantet, Lo spaventapasseri (Scarecrow) di Schatzberg, Breve incontro (Brief Encounter) di Lean, L'albero degli zoccoli di Olmi, Elephant di Gus Van Sant, Barton Fink dei Coen...

 

Discutibile e quasi repellente nella sua messa in scena compiutamente sgraziata, Cuore selvaggio è uno dei lungometraggi di David Lynch che hanno maggiormente diviso critica e pubblico, a partire dalla sua presentazione al Festival di Cannes del 1990, dove vinse sorprendentemente la Palma d’Oro.

Contro la decisione di Bernardo Bertolucci, presidente della giuria della kermesse di quell’anno, si scaglierà persino Jean-Luc Godard che, qualche tempo dopo, parlerà di «abiette leggi dei Lynch palmadorati».

Il massimo riconoscimento “festivaliero” ottenuto dal regista nella sua carriera ha però una genesi piuttosto curiosa. Lynch si appropria del romanzo Wild at Heart: The Story of Sailor and Lula di Barry Gifford (autore di una serie di racconti sulla coppia protagonista, dei quali proseguì la pubblicazione dopo l’uscita del film) che, inizialmente, avrebbe dovuto soltanto produrre.

Il regista vede nelle pagine del manoscritto una base perfetta, da plasmare poi a suo piacimento, per mostrare al mondo la sua visione di un’America che (si) sta bruciando sempre più velocemente.

Il vomito, il sangue e la morte inseguono Sailor e Lula (giovane coppia in fuga da tutto e tutti) molto più dei detective e degli assassini che si sono messi sulle loro tracce. Lynch si sofferma sui dettagli macabri e grotteschi di uno spazio dove ogni inserto deviato è parte integrante del tessuto sociale messo in scena.

La dicotomia bene/male, come in quasi tutti i lavori dell’autore, è molto netta: da una parte la coppia protagonista (paradossale che Sailor venga “comodamente” percepito come un eroe buono nonostante, nella prima sequenza, uccida una persona), dall’altra il mondo intero da cui non riescono a fuggire.

L’unica salvezza è il definitivo paradosso: un happy ending inverosimile (totalmente diverso dalla conclusione priva di speranze del testo originale), quasi una parodia kitsch del melodramma, in cui Sailor torna da Lula cantando una canzone di Elvis Presley.

E da quel momento, fuori da ogni logica reale e abbracciando perfettamente gli stilemi delle favole, potranno vivere felici e contenti.