"Lo spaventapasseri" di Schatzberg, Grand Prix nel 1973

Un popolo di sconfitti

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Lion è un pescatore che ha lasciato il mare. Non ha un dollaro in tasca perché tutti i soldi guadagnati li ha spediti a una moglie e a un figlio abbandonati di cui adesso desidera il perdono. Max invece i pochi spiccioli della diaria da carcerato li ha investiti in una cassa risparmi in Pennsylvania e ora vuole riscuoterli per aprire un autolavaggio.

Max e Lion sono piccoli dropouts con desideri piccolissimi: il Grande Sogno Americano è tramontato senza però fiaccare del tutto una resistenza che ha il gusto del sopravvivere, il senso di una reazione a un mondo che li esclude.

Max e Lion non si scelgono, si incontrano e basta. Viene per loro naturale condividere la strada, attraversare trasversalmente l’America in cerca di un rifugio, ben coscienti che – al solito – il percorso è più importante della meta.

Lion, che ha la faccia febbrile di Al Pacino, non sta fermo un attimo, travolge tutto con un istinto buffonesco che è il solo modo che conosce per affrontare il dolore.

Max, un monumentale Gene Hackman in perfetto lavoro di sottrazione attoriale, porta in sé una rabbia violenta e una disillusione compressa (“I don’t trust anybody, I don’t love anybody”) che non sempre riesce a reprimere sotto la coltre dei suoi abiti: strato su strato su strato, come una cipolla che protegge la propria anima più intima.

Jerry Schatzberg costruisce un viaggio picaresco in una terra desolata, spinge sulla commedia per cristallizzare il dramma, non regala ai suoi protagonisti una Florida da sognare (quella dal sapore mitico che immaginano Wyatt e Bill in Easy Rider e Joe e Rico in Midnight Cowboy): Max e Lion sono diretti a Pittsburgh, nel cuore industriale di un’America in crisi identitaria, dove il peso della vita è destinato a raggiungerli.

Lo spaventapasseri, immerso negli ocra sabbiosi della fotografia di Vilmos Szigmond che sa di polvere e sudore, racconta un popolo di sconfitti che vive di incontri casuali e impacciati entusiasmi. Figure nel paesaggio illuminate solo di striscio dalla grazia. Uomini consapevoli del fatto che i corvi che svolazzano sulle nostre teste e minacciano i nostri campi in fondo ci risparmiano solo perché sappiamo divertirli: grazie a una risata, a un amaro sberleffo sbattuto in faccia al destino di un’esistenza obliqua e marginale.

 

In attesa di Cannes 2014, rievochiamo alcuni dei film che abbiamo amato di più tra i vincitori della Palma d'Oro (e del Grand Prix). Racconteremo, tra gli altri, Il Gattopardo di Visconti, Cuore Selvaggio (Wild at Heart) di Lynch, Vite vendute (Le salaire de la peur) di Clouzot, La classe-Entre les murs di Cantet, Lo spaventapasseri (Scarecrow) di Schatzberg, Breve incontro (Brief Encounter) di Lean, L'albero degli zoccoli di Olmi, Elephant di Gus Van Sant, Barton Fink dei Coen...