Sopravvalutati e sottovalutati (5)

Il problema è mio, certamente

SOPRAVVALUTATI

Ottobre (Oktjabr', 1927) di Sergei M. Ėjzenštejn

Il problema è certamente mio, perché non posso entrare nella testa di chi vide il film negli anni '20 e perché sono figlio di un'epoca che con le immagini ha un rapporto completamente diverso rispetto a quella di Ėjzenštejn, ma se non me l'avessero spiegato prima, probabilmente il collegamento fra il pavone meccanico e Kerensky non mi sarebbe mai venuto in mente. O forse sì, ma non l'avrei trovato per nulla interessante. È proprio l'idea delle associazioni parallele fra immagini svincolate e indipendenti che non mi convince, la trovo gratuita, forzata, per molti versi anche "violenta", perché impone allo spettatore un'interpretazione. Ma sono pronto a ricredermi. 

Un uomo tranquillo (The Quiet Man, 1952) di John Ford

Spiace un sacco, perché di mezzo c'è uno dei più grandi di sempre, e in più ci sono l'Irlanda verde smeraldo, gli anni '50 di Hollywood, il ritorno alle radici, la wilderness ancestrale e John Wayne possente e già anziano: ma il film più sentito e autobiografico di Ford è - forse solamente oggi, magari un tempo funzionava, non lo so... - di una noia mortale, senza storia, senza ritmo, senza interesse già dopo mezz'ora. E dura tantissimo, per giunta. O almeno a me è sempre sembrato così.  

Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni

Ok la partita di tennis, ok la lucidità teorica e l'importanza storica. Ok tutto. Ma visto oggi, questo film di Antonioni, come forse ogni suo altro film del periodo intellettuale, quello dopo Il grido, sembra un compitino sulla modernità (e infatti alla modernità ha dato il via), un manuale con le istruzioni per l'uso che giusto un regista americano indie laureato alla Columbia University può ancora considerare decisivo. 

C'era una volta in America (Once Upon a Time in America, 1984) di Sergio Leone

Come molti altri spettatori, con Leone ci sono nato: ma una volta rivisti, e con la sola esclusione di Giù la testa, tutti i suoi film sembrano romanzoni troppo pesanti, elementari ed evidenti; popolari sì, ma anche un po' per faciloneria. E C'era una volta in America, esclusa la parte iniziale con Noodles e compagni bambini nella Brooklyn di inizio '900, che è meravigliosa, è un'opera inerme, pachidermica. È bella e fondamentale, non lo metto in dubbio: ma dopo averlo ascoltata e vista mille volte, almeno per me, ha perso ogni forza.

Drive (2011) di Nicholas Winding Refn

Per capire quanto un film se la possa tirare, basta guardare quello che Refn fa fare a Gosling e alla Mulligan in quasi tutte le loro scene: i loro corpi fragili e sofferenti, il loro aplomb da pubblicità dell'intimo nei confronti della morte, i loro sguardi malinconici e ottusi, la loro corsa tamarra tanto lirica lungo il letto di un fiume in secca. Ovviamente con accompagnamento di melodia elettro anni 80, che fa tanto poesia pop.

 

SOTTOVALUTATI

Sgomento (The Reckless Moment, 1949) di Max Ophuls

Dell'Ophuls americano si ricorda sempre (e a ragione) Lettera da una sconosciuta, ma questo piccolo noir d'ambientazione familiare è una visione spietata della società americana dopo la guerra e una storia d'amore nascosta e disperata. James Mason che entra da ricattatore nella casa della protagonista Joan Bennet, e sopraffatto dal calore domestico della scena ne esce distrutto, come un orfano ormai troppo cresciuto, è da antologia, fa venire il magone.  

Star 80 (1983) di Bob Fosse

Il più bolso e incompiuto film di Fosse (nonché il suo ultimo), è anche un canto del cigno fuori tempo massimo della New Hollywood. La drammatica storia di Dorothy Stratten, raccontata come un'inchiesta (per di più un po' da squali: la Stratten fu uccisa nel 1980, il film è dell'83), diventa, forse al di là delle intenzioni dello stesso Fosse, la testimonianza del trionfo, già a fine anni '70, quando si svolge la vicenda, di un immaginario cinematografico patinato e di pura superficie (come il primo piano in controluce di Mariel Hemingway sulla locandina del film, come l'onda bionda dei suoi capelli), di fronte al quale anche l'incubo e la tragedia diventano finzioni inconsapevoli. 

Fino alla fine del mondo (Bis ans Ende der Welt, 1991) di Wim Wenders

Un film - e parlo della versione corta - che ha l'idea demente di cominciare dopo quasi due ore di cazzeggio; che ha la voglia di imbarcarsi in discorsi sulla visualizzazione dei sogni quando tutti vorrebbero andare a casa; un film in fondo incomprensibile, in cui le sue due parti, quella avventurosa e quella teorica, potrebbero stare tranquillamente separate. Ma anche, per gli stessi motivi, per la sua aria distratta e dispersiva, un film che sfugge a ogni incasellamento, che con una malinconica aria milleneristica insegue il sogno, attuale oggi più che allora, di possedere se stessi, il proprio inconscio e la propria anima, attraverso le immagini. iDream!

Stellet Licht (2007) di Carlos Reygadas

Ok, Reygadas fa incazzare pure me. Ma questo film, che dei suoi è il meno citato, è magnifico, degno di stare al passo di Ordet, del quale riprende la scena più famosa: una rivolta dell'uomo contro il divino e contro la natura che lascia a bocca aperta per la maturità stilistica e la potenza di sguardo. Reygadas può tornare quando vuole alle sue inutili astrusità (l'ha anche già fatto con Post Tenebras Lux), ma per quanto mi riguarda un grande film l'ha girato pure lui. 

Les destinée sentimentales (2000) di Olivier Assayas

L'Assayas più classico e romanzesco; l'intellettuale francese che, stanco di riprendere, aggiornare, rifare, migliorare la nouvelle vague, prova a dimenticare il cinema della modernità e punta alla tradizione ottocentesca, alle pagine ingiallite di un libro dimenticato, ai pizzi e ai merletti, agli obblighi familiari e ai sentieri del cuore. E trova in questo modo un film composto eppure appassionante, un melodramma fluviale e ambizioso raccontato però sottovoce, così intimo e discreto da andare a un passo dal capolavoro. Con un'ultima scena d'amore e di morte da lasciare senza fiato.