*Nel partecipare a questo gioco estivo sento il bisogno di specificare che le liste che seguiranno riguardano film sopravvalutati e sottovalutati dal sottoscritto. Credo, in fondo, che questo sia l'unico metodo plausibile e onesto per affrontare la questione.

SOPRAVVALUTATI

Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci

Sacrificio (Offret, 1986) di Andrej Tarkovskij

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet, 1957) di Ingmar Bergman

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, 1987) di Wim Wenders

Les parapluies de Cherbourg (1967) di Jacques Demy

Al cinema spesso funziona così: quando si è studenti, o semplici spettatori, esiste un canone, una vulgata. Leggiamo a proposito di alcuni film. Ci fidiamo di quello che appare scritto. A volte per complesso di inferiorità (vedi il ragionier Fantozzi) o per timore. Nel tempo, le opinioni che abbiamo letto si cementificano e si trasmettono: formano una tradizione. A volte i film non vengono neppure più visti: ci fidiamo ciecamente, dogmaticamente, di quanto è stato scritto.

Se leggiamo che Bertolucci in Novecento ha voluto fondere Renoir e il respiro del colossal hollywoodiano noi ci crediamo. Anch'io ci ho creduto. Così come ho creduto a quanto è stato scritto a proposito del film di Tarkovskij, di Bergman. La mia visione corrispondeva a quanto avevo letto. Oppure, forse, regolavo la mia visione sui testi letti? Poi improvvisamente mi è sorto un dubbio: ma dov'è Renoir? E Hollywood appare perché Bertolucci, sul set, girava con la benda di John Ford sull'occhio? Farsi venire qualche dubbio ogni tanto: credo sia un esercizio sano.

Mi sono accorto per esempio che, alla fine, vedevo, anzi sopportavo Il cielo sopra Berlino, solo perché vi apparivano Nick Cave e i Bad Seeds (straordinaria versione di From Her To Eternity), e i Crime & the City Solution (ottima versione live di Six Bell Chime). E ricordo ancora il panico quando a Bergamo, anni fa, al Bergamo Film Meeting, per la retrospettiva Demy, tanto attesa, ho compreso che detestavo quei film, anche se cercavo a tutti i costi di farmeli piacere. Les parapluies de Cherbourg è il caso più eclatante. Non posso raccontare il panico misto a noia, strazio. Il nervoso che cresceva.

Ci sono film che non sono fatti per noi. E' la dura realtà. Basta saperlo accettare. Non è grave.  

 

SOTTOVALUTATI

The Honeymoon Killers (1969) di Leonard Kastle

Blood Feast (1963) di Herschell Gordon Lewis

Dementia (1953) di John Parker

Glen or Glenda (1953) di Ed Wood

The Flesh Eaters (1964) di Jack Curtis

Vale la pena chiarire – magari qualche esagitato sta già caricando la sua doppietta – che non considero i cinque film qui sopra migliori dei precedenti. Sarebbe stupido e anche infantile. Il termine “sottovalutati” va qui preso per quello che è: per molto tempo, leggendo e occupandomi di cinema, non mi sono imbattuto in questi film, oppure, forse li consideravo robaccia. Se tu leggi i “Cahiers”, se ti leggi Daney, Rivette, il carrello di Kapò, finisci per costruirti uno strano meccanismo che può diventare “dogmatico” (vedi sopra). Ora, posso dire che trovo questo modello pericoloso. Daney era un pezzo unico. Non ripetibile. La sequela di piccoli Daney forgiata in batteria qui in Italia, tra morale, film necessari, abietti, civili, ha del ridicolo: è una brutta parodia. Anch'io, nel mio piccolo, vi ho contribuito.

Detto questo, i cinque film qui indicati sono per me una fonte di gioia. Sono piccoli film, realizzati spesso in fretta, con pochi mezzi, senza aver la minima intenzione di durare, di entrare a far parte del Pantheon della “storia del cinema” (eppure, essere artista non significa donare la propria arte proprio lì dove nessuno se l'aspetta? per niente, ben sapendo che ogni metro di pellicola sarà destinato a sparire?). Questi film possiedono una freschezza inaudita, mostrano una serie di invenzioni davvero irresistibili. Sono così secchi, senza fronzoli, dissonanti, perché chi li ha fatti vi rovesciava dentro tutta la sua frustrazione, il suo odio. I finali sono spesso tagliati via, la violenza appare a volte senza limiti.

Sono film minori (molto cinema sperimentale rientra, a mio avviso, in questa definizione). Il termine va inteso nell'accezione kafkiana data da Gilles Deleuze e Félix Guattari: «Una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. (…) L'aggettivo “minore” non qualifica più certe letterature ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura all'interno di quell'altra letteratura che prende il nome di grande (o stabilita)». È – insomma – una letteratura (un cinema) parassita, che lavora l'organismo dall'interno. Ne escono cose mirabili.