INTERVISTE

Alberto Fasulo racconta il suo "Tir"

TIR nasce da una tua esperienza personale: durante un viaggio per Firenze hai perso il treno che ti avrebbe portato a Napoli, sei rimasto a piedi e hai trovato un passaggio a bordo di un camion, entrando in contatto con un mondo schivo, poco conosciuto, quello dei camionisti. Cosa ti ha affascinato di quella realtà, perché hai deciso di raccontarla?
«Lo shock di quella notte mi ha segnato. Faceva freddo, avevo bisogno di un aiuto, un passaggio, e se tutti sembrano gentili sulla carta, quando ti trovi in quella situazione reale quasi nessuno è disposto a fermarsi e a darti una mano. Invece mi hanno aiutato dei camionisti, che agli occhi di molti risultano sempre un po’ schivi, rozzi… Per me quella notte è stata una vera sorpresa: non mi è stato offerto un passaggio su un semplice mezzo di trasposto, ma su quello che per loro è un vero e proprio nido, una nicchia.
Non so come spiegarlo, è come se entrando lì dentro avessi sentito un profumo di casa, fosse anche quello di un abitacolo vissuto, di vestiti, di ciabatte. Mi sono reso conto che non sono affatto come molti li immaginano, non rientrano in quello stereotipo comune. Sono persone estremamente buone, gentili. Poi, logicamente, non si può generalizzare, ma quell’esperienza con quel camionista mi ha colpito: una notte intera al buio, anche una notte di disperazione, ero smarrito e a un certo punto trovo quest’uomo che mi stupisce per la disponibilità ad aiutarmi, a contattare anche gli altri camionisti, che mi fa avvertire quel senso di comunità che è difficile da trovare oggi. Sono cose che non esistono quasi più».

Come mai la scelta di un film di finzione e non quella del puro documentario, come hai già sperimentato con il tuo precedente lavoro Rumore Bianco? Non sarebbe stato un modo più immediato, più diretto, per mettere in contatto lo spettatore con quel mondo?
«No, non avrei potuto. Ho filmato per un anno un camionista, la sua quotidianità, la sua vita, e man mano che il tempo passava si è reso conto che sarebbe stato difficile per lui se io avessi diffuso quelle immagini così private, così sue, così intime. Mi ha confessato che gli mancavano pochi mesi e avrebbe finalmente messo da parte i soldi per pagare gli ultimi anni di università della figlia. Tornare a casa dopo ben diciotto anni di questa scelta obbligata con un dvd che raccontava la sua storia, così distante dalla sua famiglia, sarebbe stato troppo. Era una storia che avrebbe voluto dimenticare. Temeva di compromettere anche il rapporto con se stesso. Per una persona che è abituata così tanto a vivere da sola diventa una grande violenza farla rivedere attraverso un filmato.
Avrei potuto sceglierne un altro, cambiare il soggetto, in quel caso ci sarebbero stati molti camionisti disposti a fare un film, anche persone bizzarre, che si sono offerte di essere riprese, ma non era il personaggio che mi interessava. Il camionista era un contesto, un vestito per raccontare un tipo di uomo che oggi esiste ed è dentro questa crisi.
Devo dire che ringrazio quel camionista, che in qualche modo mi ha messo di fronte anche a un limite del documentario. E proprio in questi giorni mi chiedo: rispetto allo spettatore è più onesto far dire a un personaggio qualcosa che magari non gli corrisponde pienamente, ma che per tue esigenze narrative gli fai recitare, oppure è più sincero prendere un attore e fargli interpretare nel miglior modo possibile un personaggio? La mia risposta è il film: piuttosto che falsificare la realtà ho creato una nuova realtà.
Purtroppo siamo abituati a utilizzare dei rigidi codici di recitazione: entra dalla porta-taglio stretto-controcampo-entra. E con TIR forse avrei potuto fare anche questo, ma non m’interessava, io volevo portare lo spettatore dentro quella cabina e trasmettere una sensazione di autenticità e di realtà. Dentro questa dimensione l’avrei lasciato libero di pensare, di fronte a un camionista, a uno che parla un’altra lingua, a uno che è così lontano, a quanto può paradossalmente e realmente essergli vicino. Questa era la mia sfida, non era vincere un festival».

La maggior parte di TIR è in lingua originale con sottotitoli, tu non parli sloveno, per la lingua come funzionava?
«Quella linguistica è stata una scelta rigorosa e rischiosa, ma necessaria. Necessaria per tenere fede alla mia teoria per cui i personaggi che filmo devono essere nei loro luoghi, totalmente nella loro dimensione, quindi ho chiesto a Branko e a Maki di parlare nella loro lingua. Io lavoravo sugli argomenti, non imponendo battute, semplicemente parlando e discutendo del loro sistema, del loro mondo, della loro famiglia… C'è un aspetto di questo lavoro che non è narrabile, è il capire quando una cosa funziona, e nel momento in cui la sai riconoscere la filmi, riconosci che sta funzionando».

Immagino si fosse creata una certa intimità, quindi potevi percepire gli argomenti dalle loro espressioni, dai gesti, dalla mimica dei volti, è così?
«Seguivo il tono, la prossemica dei corpi più della parola. Forse uno dei segreti del film, per chi lo accetta, è questa sensazione di umanità».

In un film come TIR, il rumore, il clacson, le ruote che scorrono pesanti sull’asfalto, sono significativi quanto le parole, penso a quelle di Branko efficacissime nel trasmettere il suo senso di solitudine e lontananza quando legge ogni cartello scritto in una lingua che non è la sua. Come hai integrato questi suoni e rumori con la musica, come hai scelto la colonna sonora?
«Per me era importante che lo spettatore avesse accesso a questo mondo, che ci entrasse totalmente. Non ho accettato la distorsione che la musica-commento produceva sulle scene del film e abbiamo lavorato pensando a una musica che potesse in qualche modo evocare gli stati d’animo del personaggio che stavamo raccontando. Ad esempio nella scena in cui arriva la pioggia, quei tergicristalli hanno un ritmo su cui abbiamo ragionato molto, un ritmo che forse si avvicina a quello cardiaco. Un'altra scena a cui penso è quella del labirinto in cui Branko viene coinvolto nello sciopero. Lì sarebbe bastato mettere una musica elettronica quando inizia a girare a bordo del camion, come perso tra gli altri, ma abbiamo preferito non scadere in questa scelta di comodo. Abbiamo voluto fare un po’ di ricerca, utilizzando i giri del motore per cercare di andare verso quella sensazione di ansia. Quella scena è stata girata in un piano sequenza unico però non restituiva il giusto grado di angoscia e allora è stato fatto un salto e addirittura è stata scomposta. Quindi abbiamo montato il film, sia sulla scena, sia sul sonoro, dentro questa prospettiva: quella degli elementi che possono rimandare al “sentire” del personaggio. Ed è stato gratificante».

È molto significativa la scena che hai citato poco fa, con la protesta degli italiani che si ribellano a un sistema che approfitta dello straniero, di chi è disposto a lavorare sempre di più, a fare meno cambi turno, a rinunciare alle ore di sonno, a discapito della tutela dei diritti e anche della sicurezza. Hai provato direttamene questa esperienza?
«Una scena di sciopero così non l’ho mai vissuta in prima persona, però l’ho avvertita. Anche negli anni prima del girato era un disagio tangibile. Poco prima che iniziassi, nel 2008, ero a Roma, montavo Rumore bianco, e c’era stato un grosso sciopero, ricordo che la città si bloccò. Si tratta quindi di una scena che avevo presente perché scegliendo di lavorare sul fronte opposto, quello del camionista dell’Est, perdevo il contatto con gli italiani, ma in ogni caso il rapporto mi interessava, senza scendere nel didascalico. La scena dello sciopero è sicuramente la più costruita, abbiamo dovuto far arrivare lì trenta camion, mi permetteva di raccontare un fenomeno che da dieci anni è parte di quella realtà, ma non solo, perché nell’edilizia è la stessa cosa». 

In TIR c’è una chiara attenzione alla persona, nel rapporto con il figlio, con la moglie, nel suo cercare, anche da lontano, di essere un buon padre e un buon marito… I disagi sociali, la violazione dei diritti di questi lavoratori, sono sullo sfondo. Ci hai mai pensato alla possibilità di realizzare un film di protesta, di denuncia?
«No, io non credo nelle azioni di protesta o di denuncia come azioni che possano portare a un cambiamento. Credo che possano suscitare solo maggiori rancori. Non mi interessa raccontare la violenza filmando altra violenza. Mi interessa molto di più riuscire a mettere vicino delle posizioni lontane. Adesso i camionisti italiani stanno vedendo il film, quindi entrano nella cabina di un camionista straniero che ha "rubato" loro il lavoro, e si rivedono in lui. Si rivedono nelle telefonate con la moglie, si rivedono nelle relazioni con i capi, e quindi c’è un abbattimento della barriera culturale. Credo che questo sia molto più interessante».

Ci dai qualche anticipazione sul tuo prossimo progetto?
«Sto filmando da tre anni un gruppo di genitori, che da ben sedici anni si incontra ogni quindici giorni per confrontarsi sui problemi legati al fatto di avere dei figli diversamente abili. Spero di finirlo entro quest’anno. Dopo di che, dopo la bella esperienza con Branko, penso a un film molto più di finzione, tratto da un libro, ma adesso è troppo prematuro parlarne. Quindi se mi stai chiedendo quale sarà il mio prossimo progetto, è Un giorno ogni quindici, un documentario. Ma al di là del genere, quando lavoro a un progetto per me la cosa importante è realizzarlo avendo rispetto per la persona che sto raccontando. Per TIR è stato così. Ho creduto che questa storia fosse importante e che questo mondo andasse sdoganato. Forse James Gray, da quello che mi ha detto, si è innamorato proprio di questo tipo di umanità».