INTERVISTE

Daniel Hui, memoria e immaginazione

Nel tuo film ritornano spesso sequenze in cui è presente il fuoco e altre in cui scorrono immagini del paesaggio. Lo scorrere veloce delle immagini dei luoghi è simile allo scorrere del tempo. Allo stesso modo il fuoco brucia i ricordi e la memoria (pellicole, libri).
Per me il fuoco significa molte cose, ha significati diversi. Il fuoco è qualcosa che distrugge, ma è anche qualcosa che crea. Non è molto chiara la sua funzione. C’è una frase di James Baldwin che dice No more water, the fire next time (non più acqua, il fuoco la prossima volta). Poi penso alla situazione politica di Singapore. Nel film vengono inserite molte cose: cose che hanno un riferimento spirituale, segni di qualcosa che è accaduto, ricordi intimi delle persone comuni. E poi arriva il fuoco. C’è sempre quest’idea che il fuoco debba distruggere. Anche il cinema distrugge. Esiste, in un certo senso, un cinema distruttivo. Il cinema può darti un accesso al passato ma, al tempo stesso, distruggere il presente. Oppure viceversa. Può distruggere per creare qualcosa di nuovo. E di vivo.

In Snakeskin poni, quasi fossero colonne portanti, dei miti fondativi di Singapore. E poi associ piccole storie private di gente comune. Intrecci piccole storie al processo storico, alla Storia con la S maiuscola.
Normalmente si pensa che la Storia con la S maiuscola, le grandi figure storiche, siano la parte più importante per capire la società. A me interessano però anche le storie più piccole e private, le storie della gente comune, che quasi sempre vengono dimenticate. Haile Gerima, che io considero un grande regista e una persona magnifica, una volta mi ha detto una cosa che ha cambiato totalmente il mio modo di pormi nei confronti della realtà. Stavamo parlando e io dissi che avrei voluto cambiare la società, la società dalla quale provengo e che mi sembrava bloccata. E lui mi ha risposto “Chi sei tu per poter dire in che direzione deve andare la società e come deve cambiare? Se vuoi davvero fare qualcosa per la società, indaga prima te stesso, perché tu sei quella società, sei il prodotto di quella società. Come tutti d’altronde”. Questo per me è stato un insegnamento fondamentale.
Accanto alla grandi figure io ho bisogno di conoscere anche le figure più marginali, più piccole, che magari non hanno determinato grandi eventi, ma sono parte della Storia. In questo film, ma soprattutto nel mio film precedente (Eclipses, 2013), ero quasi ossessionato da quello che non ero riuscito a inserire nelle immagini. Avevo fatto un film e man mano che andavo avanti la mia attenzione continuava a spostarsi verso ciò che non avevo incluso. Avrei voluto poter inserire nel fotogramma anche tutto quello che era rimasto fuori. Allora, girando Snakeskin, ho cercato di concentrarmi su tutto quello che normalmente viene escluso, viene lasciato da parte a favore dei grandi eventi. Ecco perché ho voluto indagare le storie d’amore, per esempio, o la storia di una madre e una figlia, di un modo di dirsi addio. So che di solito non si usa farlo, però per me era importante raccontare questo.

C’è un personaggio nel tuo film che fa il crononauta, si occupa di viaggi nel tempo. Verso la fine dichiara che viaggiando nel passato è possibile cambiare gli eventi. Però lui parla dal futuro, dal 2066, e quindi il suo passato è il nostro presente, il 2014 per esempio. Mi è sembrato quasi un suggerimento, qualcosa a metà tra un augurio e un rimpianto che le cose possano cambiare, oggi, a Singapore.
Bizzarro. Davvero. Non lo so. Come vedi nel film la ragazza alla fine si prepara per il suo viaggio nel tempo, e va nel passato. Eppure, pensando a questo film, non so, non credo siano (o siano solo) nel passato le soluzioni. Quando ho iniziato a lavorarci, pensavo che viaggiando attraverso il passato si potesse trovare qualcosa, una risposta, qualcosa per il presente e per il futuro. Ma ora, dopo aver finito il film, non lo so più. Non credo più sia solo lì la soluzione da cercare. A Singapore c’è molta gente che studia la storia, il passato, per quanto la storia del mio Paese sia stata spesso censurata nei libri che si studiano a scuola. C’è chi cerca di trovare il modo di narrare una storia diversa, alternativa, delle nuove teorie. Anche questo film è il tentativo di raccontare una storia alternativa a quella conosciuta. Non lo trovo strano o sbagliato. È nel corso delle cose. Come quando a un partito politico ne succede un altro. Una lettura della storia prende il posto della precedente. A quella ufficiale si sostituisce quella alternativa. E la storia continua. Si distrugge e si ricostruisce. Si distrugge e si ricostruisce.

Pensi che la storia si ripeta?
Sì, assolutamente. Magari non ce ne rendiamo conto immediatamente, consapevolmente. Ma inconsciamente registriamo il cambiamento e sappiamo che siamo di fronte a una ripetizione, anche se arriviamo a comprenderlo solo dopo molto tempo. E questo è particolarmente vero a Singapore. Là è tutto nuovo. Tutto cambia rapidamente. Anche il centro storico, i vecchi palazzi. Non trovi il segno della storia nella città. Tutto viene ricostruito, cambia volto. La gente vive nel presente. La maggior parte di loro non vuole pensare al passato. Non parla dell’indipendenza o del colonialismo. Non si interroga sulla propria identità. È come se il presente stesso fluttuasse nell’aria, senza un appiglio al passato, senza memoria. Ma forse questa non è una caratteristica solo di Singapore. Questo mi pare accada anche in Italia. Ho visto Belluscone di Franco Maresco, e mi pare dica esattamente questo. È strano, però, in maniera diversa, Maresco mostra esattamente quello che succede anche a Singapore, una perdita volontaria, cercata, della memoria. Nessuno si chiede come siamo arrivati a questo presente. Magari noi non capiamo come alcune cose siano potute accadere, eppure c’è sempre una ragione.

C’è una frase di Henry Miller a cui penso spesso, che dice: "Il mondo dei fantasmi è quello che non abbiamo finito di conquistare; è il mondo del passato, mai quello dell’avvenire. Progredire avvinghiandosi al passato è come trascinarsi dietro una palla e una catena." Eppure senza passato non c’è il presente. Penso all’Italia. Forse è proprio perché ci si scorda del passato che poi ci si ritrova in situazioni come quella attuale.
Esattamente. È così anche a Singapore. Se tu non guardi al passato, intendo dire, se non indaghi il passato, non puoi capire il presente.

C’è un movimento che dài al film e che ti è permesso dall’immaginazione. Metti al lavoro un Immaginario e grazie a questo riesci a tenere assieme, in maniera coerente, grandi eventi e piccoli eventi e, al tempo stesso, a intervenire sulla parte inconscia di questo flusso di storie.
Sì, questo è un punto centrale per me, mi interessa molto. Dopo aver visto il film alcune persone mi chiedono se Snakeskin sia in fondo un film sulla memoria. E io rispondo “No, è un film sull’immaginazione”. Lo so, sono due cose diverse, però per me la memoria è una cosa morta, l’immaginazione è una cosa viva. Certo, la memoria ci può illuminare, ma la parte viva è l’immaginazione. Per esempio, e parlo proprio a livello personale, nel film ci sono moltissimi dettagli che derivano dai miei sogni. Tutte le storie narrate nel film sono vere, sono reali, ma la maniera di raccontarle, alcuni dettagli, vengono dai miei sogni. In molta parte di noi, anche a livello inconscio, in ciò che facciamo, ci sono i nostri ricordi, ma anche la nostra immaginazione, i nostri sogni. Credo che nel mio film sia entrato molto di questo.

Il tuo film inizia e finisce col fuoco. Nel fuoco si bruciano i ricordi, i supporti dei ricordi. Però forse è proprio nel fuoco la parte creativa: dalla distruzione della memoria prende vita l’immaginazione.
Sì, esatto. Nel film c’è molto di me, della mia vita, delle mie esperienze e della mia immaginazione. E questo perché io sono parte del mio Paese. Le mie esperienze, sono le esperienze del mio Paese, i miei sogni, i sogni del mio Paese. E questo non per un atto di superbia. È così per chiunque appartenga a una società, a una comunità. Per capire quello che mi sta attorno devo prima indagare dentro me stesso, dentro la mia immaginazione. Perché io, come chiunque altro, sono il frutto, il risultato del mio Paese.