INTERVISTE

Intervista a Edgar Reitz

Lo scorso 3 novembre, all’Auditorium San Fedele di Milano, ha preso il via la proiezione di Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza, opera-fiume (13 episodi, per la durata complessiva di quasi 26 ore) di Edgar Reitz, uno dei grandi maestri del cinema tedesco ed europeo. La rassegna - che si concluderà il prossimo 15 dicembre - organizzata dalla Fondazione Culturale San Fedele in collaborazione con Fondazione Cineteca Italiana, Goethe Institut, «Cineforum», «Film TV» e FIC - Federazione Italiana Cineforum, fa parte del nuovo contenitore di San Fedele Cinema, XXL - Storie infinite, dedicato alle opere che debordano dai formati tradizionali. 

Edgar Reitz ha presenziato, dialogando con il pubblico in sala, alla proiezione inaugurale: a noi di “Cineforum” il regista ha concesso una lunga intervista, in cui ci ha raccontato della nascita di Heimat 2, del rapporto tra la forma di serialità da lui ideata e quella contemporanea, di che cosa rappresenta per lui l’arte cinematografica. Ve ne riportiamo un breve estratto.

Quali sono le Sue impressioni nel ritornare in Italia in occasione della nuova proiezione sul grande schermo di Heimat 2? Ancora oggi le persone parlano dei loro personaggi preferiti e si fanno domande sulle loro storie. Credo che questo sia realmente qualcosa di straordinario e che sia accaduto a relativamente poche opere cinematografiche.

È molto bella la sensazione di ritornare in Italia e fa nascere in me il ricordo del momento più importante della mia carriera per quanto riguarda il vostro Paese, il grandissimo successo che Heimat 2 ha avuto qui negli anni 1993-1994. Vedo che tra i presenti oggi e il pubblico di ieri sera ci sono tantissime persone che hanno visto questo film venticinque anni fa e questa ovviamente è una sensazione molto bella. Per quanto riguarda il cinema, venticinque anni sono un periodo molto, molto lungo e nel frattempo ci sono stati migliaia di film, molti dei quali non te li ricordi dopo una stagione. È un grandissimo regalo per me essere riuscito a fare un film che venga ricordato per così tanti anni.    

Come è nata in Lei l’idea di Heimat 2, dopo il successo internazionale di Heimat?

A dire il vero, già durante le riprese di Heimat pensavo e scrivevo la storia di Heimat 2, anche perché nel primo film c’era già Hermann, il personaggio che possiede l’elemento autobiografico maggiore. Non potevo però continuare a parlare di lui e a raccontare la sua storia, perché Heimat è sempre ambientato all’interno del villaggio, mentre in Heimat 2 Hermann se ne va dal paese e quindi dovevo raccontare la sua storia nel momento in lui lascia il suo mondo.  

Quali sono state le differenze tra la realizzazione di Heimat e quella di Heimat 2?

Quando stavamo girando Heimat nessuno sapeva cosa si stava facendo e dove si sarebbe arrivati: era un modo completamente nuovo di raccontare. Era anche difficile assegnargli un genere: non si trattava di una serie, perché non ne possedeva gli elementi tradizionali, era troppo lungo per il suo statuto di lungometraggio, quindi durante tutto il periodo della lavorazione per me fu molto difficile convincere i finanziatori e le televisioni di quello che stavo portando avanti. Abbiamo lavorato per quattro anni procedendo a piccoli passi. Poi, ovviamente, come tutti sappiamo, Heimat fu un grande successo, che mi diede la libertà, con Heimat 2, di poter lavorare e produrre in modo più libero. E questo si percepisce nel film, che è più vicino alla mia estetica, che mi biograficamente più vicino e per il quale non ho dovuto accettare alcun compromesso.

Cosa ricorda del periodo della lavorazione del film?

Ci sono, ovviamente, centinaia di episodi e di storie che si potrebbero rievocare, ma avrei bisogno di settimane, anche perché il periodo di produzione dei due film va dal 1980 al 1992. In pratica, la lavorazione di Heimat 2 termina dodici anni dopo l’inizio di quella di Heimat.  

Heimat 2 ha rappresentato un esperimento per quanto riguarda la sua fruizione da parte del pubblico, a partire dall’Italia: come si è trasformato il concetto di serialità rispetto agli anni di produzione del suo film? 

Devo ammettere, onestamente, che non ho visto nessuna delle serie di questi ultimi anni e non ne conosco il modo di produzione. Ho visto dei singoli episodi, ma nulla era – sia dal punto di vista tecnico che dei contenuti – così interessante ai miei occhi da convincermi a proseguire nella visione. Diciamo che il messaggio non mi è arrivato.

In Italia, tuttavia, si è arrivati a una differente modalità di fruizione da parte del pubblico della sua opera, che ha avuto molto successo…

Ultimamente sento affermare sempre più spesso che Heimat è “la madre di tutte serie”. Non so, però, se concepire questo come un complimento oppure no, perché non mi rendo conto di cosa sia successo all’arte del cinema con l’impulso che pare io abbia dato. Ho la sensazione che tutte queste serie, sovente frutto di produzioni internazionali, rappresentino una forma molto superficiale di intrattenimento delle masse. E questo non è mai stato il mio intento.

Senz’altro possiamo intendere il tipo di serialità che Lei ha introdotto, sia per il cinema sia per la televisione, come un intrattenimento di altissimo livello, che ancora oggi affascina e conquista molti spettatori che si sono affezionati ai personaggi dei suoi film e li trattano come se fossero persone reali… Questo, a mio parere, è meraviglioso. 

È stato così anche per me. La domanda più importante che mi ponevo nel realizzare questo film era quale fine avrebbero fatto i personaggi; anche perché nella vita vera non ci chiediamo come va a finire, ci domandiamo che cosa succederà a me, cosa succede a noi, ai nostri amici. Ciò che mi preme di più è che sia presente questa domanda, perché in un film non c’è perdono: le figure sono quelle, destinate a evolversi in un certo modo.