INTERVISTE

Intervista a Robert Guédiguian e Ariane Ascaride

Robert Guédiguian e Ariane Ascaride, regista e interprete di La casa sul mare, uscito nelle sale giovedì 12 aprile dopo essere stato presentato all'ultima Mostra di Venezia, sembrano muoversi all’unisono. Sono qualcosa di più di una coppia: Guédiguian, 65 anni portati con grazia e una voce pacata nella scelta precisa delle parole, ha girato venti film; in diciannove la protagonista è Ascaride che, con occhi vispi e un sorriso contagioso, è sempre pronta a intervenire per ampliare un concetto, per sottolineare una frase, per ribadire l’importanza di determinate scelte, artistiche e umane.

La casa sul mare è girato interamente in un luogo magico, la calanque di Méjean, dove i protagonisti, come su un palcoscenico, si sfiorano e si affrontano. Perché hai scelto questo posto?

RG: È un luogo particolare, ha la peculiarità di essere chiuso su sé stesso e al contempo aperto verso il mare e quindi verso il mondo intero. È come un teatro. Soprattutto d’inverno sembra abbandonato, e in quei giorni si può avere l’impressione che lì, un tempo, vi sia accaduto qualcosa. D’inverno, anche nelle giornate di sole, tutte le persiane sono chiuse: la sensazione è che la vita sia scomparsa. Una vita che in qualche modo va riparata, restaurata. In un certo senso la scenografia rappresenta perfettamente l’idea del film.

Nonostante il sole, che quasi sempre illumina il racconto, il film è infatti profondamente invernale.

RG: Fin da subito è stato evidente che il film avremmo potuto girarlo solo d’inverno. Non era pensabile in nessun’altra stagione, perché d’estate c’è un mucchio di gente che fa il bagno, ci sono i bambini, c’è la musica. È vero che d’inverno la luce, a Marsiglia e nel sud della Francia, è particolare: crepuscolare, bella e dolce, capace di evocare un senso di scomparsa, ma con una sfumatura affascinante. Ancora prima di iniziare a scriverlo, io e il mio co-sceneggiatore Serge Valletti dicevamo che il film sarebbe stato triste ma bello.

Il fatto di lavorare sempre con gli stessi attori (oltre ad Ariane, ci sono i “soliti” Jean-Pierre DaroussinGérard Meylan, Anaïs Demoustier Jacques Boudet) rende plausibile, quasi naturale, il senso di famiglia e di spontaneità che si respira nel film. Ma quanto è rigida la sceneggiatura e quanto è invece lasciato all’alchimia tra gli interpreti?

AA: In realtà questo film è molto scritto, ma la maggior parte degli attori che ci recitano, a parte Gérard Meylan, vengono tutti dal teatro. Quindi sono persone che hanno un profondo amore e rispetto per il testo. Quello che mi piace nel lavorare con loro è il riuscire a fare in modo che un testo molto lavorato venga trasformato in qualcosa di autentico e naturale, pur permettendo di conservare la sua risonanza intellettuale. Lo scopo è quello di arrivare a una lettura a diversi livelli. A parte cambiare l’ordine dei termini in qualche frase, comunque, quello che si sente sullo schermo è esattamente quello che è stato scritto in sceneggiatura.

La casa sul mare, con i suoi bilanci politici ed esistenziali, è un film sul tempo che passa ma che rifiuta di cedere al ricatto della nostalgia. Il tema della memoria è molto presente, ma lo sguardo è rivolto verso il futuro.

RG: «Io sono una forza del passato», come diceva il primo verso di una poesia di Pasolini. È vero però che per essere in armonia con il mondo in cui viviamo bisogna preoccuparsi dei diversi tempi della vita. Il passato ci deve servire per proiettarci verso il futuro. Bisogna parlare del passato, bisogna criticarne gli aspetti negativi, ma non si può farne una semplice astrazione.

Al centro del film c’è anche un confronto tra generazioni. Se i “vecchi” sono ancora capaci di gesti tragicamente rivoluzionari e i “giovani” sembrano proiettati nel loro privato, la generazione di mezzo sembra bloccata nei propri problemi fino all’arrivo di tre piccoli rifugiati. Le nuove urgenze politiche sembrano il motore possibile per andare avanti.

RG: È sicuramente questo il tema del film. Credo che la lotta di oggi, quella che va al di là della nostra vita quotidiana e che si ricollega ad altre battaglie sul tema della condivisione della ricchezza, la ritroviamo nel nostro rapporto con i rifugiati. È lì il principale punto di contatto con le lotte che abbiamo combattuto anni fa e può dare al passato un nuovo senso. È il ritorno dell’internazionalismo, in un certo senso.

In una scena chiave, l’apertura di una tenda troppo a lungo chiusa suggerisce la necessità di rinunciare all’esclusività del proprio dolore per aprirsi alle urgenze del presente, rappresentate dall’arrivo dei profughi.

AA: Io penso che questi giovani che arriveranno da lontano saranno per noi una nuova forma di respiro. Arriveranno con modi diversi, i loro, di vedere il mondo. Ciò che mi interessa è capire come si possa vivere insieme. È ovvio che in qualche modo dovranno aprirsi alla nostra cultura, ma lo è altrettanto che noi dovremo nutrire una curiosità nei loro confronti perché quel rapporto diventi saldo. Avendo viaggiato parecchio, so che nei giovani di questi cosiddetti “paesi in via di sviluppo” è possibile trovare un tipo di umanità che noi in qualche modo abbiamo perso. Quando Angèle apre, dopo tanto tempo, la tenda della camera della figlia, è il suo modo di dire: «Adesso ricomincio a vivere». Nell’accoglienza dei rifugiati le nostre società possono pensare di ricominciare a vivere. Non sarà facile ma credo che ne valga la pena.

L’accoglienza è intesa dai protagonisti come un atto naturale, spontaneo, istintivo. Una naturalezza che sembra lo specchio dello stile del film: anche lui basilare, semplice, “giusto”.

RG: La semplicità, almeno per me, è sempre una cosa a cui si tendere. È una mia preoccupazione costante che però non può essere teorizzata. Lo scopo è cercare di fare il gesto più semplice possibile, come fosse un disegno.

AA: Per ottenere quella che tu chiami semplicità ci vuole un lavoro enorme. La semplicità è la cosa più difficile da realizzare. A volte si pensa che fare un film sia uno schiocco di dita. Non è affatto vero: è un grandissimo lavoro che passa dai tecnici, dagli attori, da Robert, dal suo montatore. Quando si ottiene un risultato simile, in grado di riflettere una sensazione di semplicità, vuol dire che il grande lavoro alle spalle è stato fatto bene. Meno si vede e meglio è.

RG: Mi vengono in mente registi come John Ford, che ha fatto più di cinquanta film apparentemente semplici, o Ozu: registi molto diversi – uno raccontava il West e l’altro le scene di vita quotidiana a Tokyo – ma persone che sono riuscite quasi a cancellarsi dietro le storie che narravano. Io continuo ad amare il cinema che non si compiace, che nasconde la messa in scena.

Alla fine del film ci si chiede come la storia andrà avanti, cosa faranno quei personaggi che così bene si è iniziato a conoscere e a capire. La certezza è comunque che, in un film a suo modo triste, il finale sia aperto a un moderato ottimismo.

RG: Anche questa è una mia aspirazione, un qualcosa che ricerco. Oggi non ho più voglia di fare film che finiscono male. Penso che i film debbano lasciare intravedere una possibilità di futuro, introdurre una piccola fessura attraverso la quale possa filtrare la speranza. Anche come spettatore non mi va di andare a vedere film che raccontano cose che già conosco. Penso che i film debbano regalare una possibilità, lasciarci intuire un’idea alla quale non avevamo pensato, suggerire una proposta per farci scoprire un po’ di luce.

AA: Io non sopporto più tutto questo compiacimento per il dolore altrui. Penso che le persone che si occupano solo di descrivere i dolori degli altri siano dei borghesi che soffrono molto meno di quelli che rappresentano. Amano dire: «Guardate come sta male il popolo!» Il popolo in realtà sta bene o sta male, a seconda dei momenti, ma di certo non va a vedere i film in cui è rappresentato in un certo modo. Penso che quel modo di raccontare le sofferenze altrui sia profondamente reazionario.

La borghesia, come sembra suggerire uno dei personaggi del film, è ancora un nemico del popolo? Un diffuso e deleterio stato d’animo prima ancora che una classe sociale?

RG: È difficile dare una risposta. Penso che nella lotta delle idee – un concetto caro a Gramsci – la borghesia abbia vinto, che il pensiero borghese (o liberale, che è lo stesso) sia quello ormai dominante. Spero sia una vittoria provvisoria. Del resto nella storia nulla è eterno, non lo sarà neanche la vittoria del pensiero borghese. Cambierà, ma per ora è così. Il problema ulteriore è che ogni pensiero che si oppone a quello dominante è oggi fortemente minoritario, sia nella realtà che nella sua rappresentazione.