Gabriele Muccino

A casa tutti bene

Contrariamente a quanto il titolo può lasciare intendere, nella famiglia allargata protagonista del nuovo film di Gabriele Muccino non c’è nulla di sereno o di ottimista. Fanno sorridere, quindi, la promozione in un luogo simbolico e sintomatico della società italiana come Sanremo e l’uscita in sala il giorno di San Valentino. A casa tutti bene, infatti, è il declino inesorabile – o forse già il funerale – del modello ideale tanto della famiglia italiana, quanto del ritratto che il cinema italiano ha dato di essa in molti dei film prodotti nel nostro Paese negli ultimi quindici, vent’anni.

Muccino guarda inevitabilmente alle tragicomiche dinamiche della commedia all’italiana di Risi, Monicelli, Pietrangeli, Salce e Scola, ma i mostri di una volta non ci sono più, e a essere cambiati sono anche la famiglia italiana e il modo di intenderla. La borghesia tradizionale si è estinta da tempo; l’agiatezza frutto del boom economico post-bellico è andata via via svanendo. Perfino gli orrori derivati dall’avvento delle tv libere, del berlusconismo e di Tangentopoli, modello di ricchezza yuppie e cafona, sembrano un lontano ricordo.

Quella a cui Muccino ci sottopone, mettendola – e mettendoci – alla berlina è la famiglia radical chic, un leitmotiv di questo nostro presente segnato da una disperata lotta per la sopravvivenza e in balia della precarietà, aspettando un nuovo boom, che chissà se mai arriverà. Andiamo avanti a denti stretti, fingendo o illudendoci di stare bene, crogiolandoci in un finto benessere che non ci possiamo permettere, sbocconcellando quanto è ancora rimasto del tesoro accumulato, ereditato e speso con parsimonia dai nostri padri, a loro volta figli del dopoguerra.

Con quanta reale consapevolezza è difficile dirlo, ma l’impressione che si ha di fronte a un film sgradevole come A casa tutti bene, è che Muccino, di ritorno in Italia dall’esilio hollywoodiano, e dopo la disincantata parentesi di L’estate addosso, con cui cercava l’innocenza solo per trovare l’incubatrice dei peccati a venire, sia riuscito a fotografare quella che a conti fatti è la mostruosità dell’ideale di famiglia benestante italiana odierna.

Per molti versi l’operazione è calligrafica. I personaggi che compongono questo nucleo allargato apparentemente perfetto, in cui si annidano però serpi e scheletri nell’armadio, sono tipizzati, e in quanto tali abbastanza prevedibili nella loro involuzione. I patriarchi Sandrelli e Marescotti radunano il parentado per celebrare le nozze d’oro, ma il loro matrimonio non è esente da tradimenti. L’albero genealogico che si dipana è deprimente, nessuno si salva a parte i nipoti, anche se pure in questo caso sembra solo questione di tempo.

C’è il primogenito senza mordente e separato (Pierfrancesco Favino), che ha una figlia con l’ex moglie (Valeria Solarino), con cui non c’era feeling, e un’altra con la nuova compagna (Carolina Crescentini), con cui se possibile le cose vanno ancora peggio. L’altra figlia (Sabrina Impacciatore) vive in una bolla di vetro, si trincera dietro un apparente felicità coniugale per non affrontare in faccia la realtà. E poi c’è l’immancabile figlio ribelle (Stefano Accorsi), l’eterno ragazzo che ha mandato in fumo una relazione stabile, che si porta appresso un figlio, che giustifica le continue fughe d’irresponsabilità e i viaggi solitari come modi per trovare fonti d’ispirazione alla sua attività di scrittore e che puntualmente ci casca con la cugina frustrata e infelice (Elena Cucci). E che dire poi del cugino sfaccendato e irresponsabile che aspetta un bambino da Giulia Michelini? Lo interpreta Gianmarco Tognazzi, rievocando papà Ugo in Io la conoscevo bene. Costui a sua volta ha un fratello, Massimo Ghini, affetto da Alzheimer, la cui moglie, Claudia Gerini, è pronta a rinchiuderlo in una clinica specializzata perché vuole invecchiare con qualcuno che si prenda cura di lei.

Anche l’isola su cui si svolge questa sorta di falò delle vanità è chiaramente allegorica, anche se sembra il buen retiro di Meryl Streep in Mamma mia!. Non a caso si trasforma in panopticon perfettamente funzionale a sprigionare gli odi sopiti, nel momento in cui una burrasca impedirà alla prole di lasciare il luogo al termine dei festeggiamenti…

Eppure sembra che questa volta Muccino sia riuscito a infondere al suo tipico stile irrequieto e alle sue storie corali una programmaticità inedita. Non è un film simpatico, A casa tutti bene; per certi versi è addirittura un film respingente, con una cattiveria di fondo che porta a detestare ciascuno dei suoi personaggi. Al tempo stesso, però, è un film vero, attuale, e forse anche per questo facilmente attaccabile. È come una radiografia che evidenza un male interiore comune a tutti, di cui però vogliamo negare l’evidenza.

IL FILM

A casa tutti bene
Gabriele Muccino
Italia, 2018,
Sceneggiatura:
Gabriele Muccino, Paolo Costella
Fotografia:
Shane Hurlbut
Montaggio:
Claudio Di Mauro
Musica:
Nicola Piovani
Cast:
Valeria Solarino, Tea Falco, Stefano Accorsi, Stefania Sandrelli, Sandra Milo, Sabrina Impacciatore, Pierfrancesco Favino, Massimo Ghini, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Gianmarco Tognazzi, Gianfelice Imparato, Giampaolo Morelli, Elena Cucci, Claudia Gerini, Carolina Crescentini
Produzione:
Lotus Productions
Distribuzione:
01 Distribution

La storia di una grande famiglia che si ritrova a festeggiare le Nozze d’Oro dei nonni sull’isola dove questi si sono trasferiti a vivere. Un’improvvisa mareggiata blocca l'arrivo dei traghetti e fa saltare il rientro previsto in serata costringendo tutti a restare bloccati sull’isola e a fare i conti con loro stessi, con il proprio passato, con gelosie mai sopite, inquietudini, tradimenti, paure e anche improvvisi e inaspettati colpi di fulmine.




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