Jean-Luc Godard

Bande à part

Come eravamo belli quando facevamo la rivoluzione (al cinema, con la Nouvelle Vague)! Quando il cinema si toglieva la maschera – la grammatica e la psicologia, l'illusione della realtà e il suo romanzo – per scoprire che la “mascherata” del cinema ne riusciva esaltata, (ri)diventava qualcosa di puro e di assoluto, piacere ozioso e misura di tutte le cose. Quando si invertiva il rapporto tra realtà e finzione, e il mondo se voleva esistere doveva farsi cinema.

Era il 1964. Jean-Luc Godard, quattro anni prima, con À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), aveva rivelato trucchi, regole e convenzioni, lasciando il “lavoro del cinema” in piena vista, smontando e rimontando suoni, immagini e parole, aprendo voragini in cui sprofondare, seminando allusioni e frammenti di senso. Bande à part è il frutto ludico di quella consapevolezza conquistata. Di quel cinema che si nutriva di cinema mentre ne ripudiava l'attitudine borghese a dare un ordine al mondo, a significare qualcosa di certo, importante, definitivo. Storia esile di due amici alle prese con una rapina maldestra, e della ragazza che completa il triangolo scaleno, vittima e complice di un B-movie dichiarato, come in uno di quei “romanzi economici”, dozzinali, a cui Godard si ispira, per girare il suo luminoso “noir”.

54 anni dopo, Movie Inspired ci consente di godere, in versione restaurata, questo sfavillante capolavoro di leggerezza sovversiva, con la sua musica che esplode e muore all'improvviso, la voce narrante che gioca con le attese del pubblico («Per lo spettatore che entra in sala in questo momento...», «Ora è arrivato il momento di descrivere i sentimenti dei personaggi...»), l'extra-filmico che diventa cinema (la gente che passeggia e si ritrova dentro il film con lo sguardo in camera), le battute ribattute dentro un cenno di montaggio sincopato... Sfrontato come una corsa dentro il Louvre – è lui, il museo, che guarda loro, il cinema di Godard, che attraversa il suo film, e non viceversa - per riuscire a visitarlo in 9 minuti e 43 secondi. Sfacciatamente naïf, come un minuto di silenzio che interrompe i suoni e sospende ulteriormente la sospensione dell'incredulità. E poi la mitica Simca cabriolet, le corse lungo la Senna, il dettato sulle parole di Romeo e Giulietta, il ballo a tre nel mezzo di un caffè, «come si dice in inglese “un grosso film da un milione di dollari”?», i titoli di cronaca nera e quelli sulle stragi in Africa, «Non vincerai mai Indianapolis!», Claude Brasseurs e Sami Frey, Anna Karina la “cosa calda e profumata” che assomiglia a un Corot, le calze di lei da infilare in testa, il rapinatore che si aggiusta la cravatta allo specchio, il mito del Sud (ma anche il Nord va bene), il duello per finta che mima Pat Garrett e Billy the Kid in realtà più vero di quello “vero”.

Il classico è moderno. O per dirla con Eliot, «tutto ciò che è vero è per questo autenticamente tradizionale». Quanto è moderno, e vivo, questo Godard pre-sessantottino? E quanto è diventato inesorabilmente un classico!

IL FILM

Bande à part
Jean-Luc Godard
Francia, 1964, 95'
Sceneggiatura:
Jean-Luc Godard
Fotografia:
Raoul Coutard
Montaggio:
Françoise Collin, Dahlia Ezove, Agnès Guillemot
Musica:
Michel Legrand
Cast:
Jean-Luc Godard, Georges Staquet, Danièle Girard, Claude Brasseur, Chantal Darget, Anna Karina, Louisa Colpeyn, Sami Frey
Produzione:
Anouchka Films, Orsay Films
Distribuzione:
Movies Inspired

Odile rivela ai suoi compagni di classe, Frantz e Arthur, che il pensionante di sua zia Victoria possiede una grossa somma di denaro nascosta in soffitta. I due progettano di compiere una rapina e, per convincere Odile a lasciarli entrare dalla zia, la corteggiano a turno, passandole bigliettini d’amore e portandola a ballare... Finalmente Odile cede e porta gli amici a casa, ma il bottino non si trova. Solo il giorno successivo si riesce a trovare il malloppo nella cuccia del cane, ma improvvisamene scoppia una sparatoria in cui viene ucciso Arthur. Odile e Frantz scappano senza bottino e decidono di espatriare in Sudamerica.




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