Denzel Washington

Barriere

Fence è termine traducibile dall'inglese tanto con steccato o staccionata, quanto con barriera. È lo steccato di cui si parla per tutta la prima metà del film, quello da costruire per far felice la moglie, per rendere il cortile più abitabile e signorile; quello bianco, da “american dream. In legno solido, duro, da esterni, da tagliare e assemblare in compagnia del figlio maschio, per educarlo alla vita attraverso il lavoro manuale. Perché un figlio (come viene esplicitamente detto) non è qualcuno che deve piacere a un padre, ma qualcuno a cui il padre ha il dovere di provvedere, a cui dare gli strumenti per poter un giorno essere un uomo, il più possibile migliore di lui.

Eppure, ben presto fence assume il suo altro significato, e la staccionata diventa barriera. Di quelle che “qualcuno costruisce per tenere la gente fuori, qualcuno per tenere la gente dentro”. Troy Maxon (interpretato dallo stesso Denzel Washington) sembra scegliere di metterla in piedi per non lasciare che la sua famiglia, il suo piccolo mondo circoscritto e controllabile, che in passato lo ha salvato da una cattiva strada e che è essenzialmente tutto ciò che per lui ha valore, possa uscire. Verso dove? Verso le sue bugie e i suoi segreti; verso il cambiamento.

La società del secondo dopoguerra attorno a Troy è infatti nel pieno del suo divenire, ma lui sceglie di arroccarsi nelle proprie convinzioni: il baseball non è un lavoro, i neri non possono giocare con i bianchi, i figli non si ribellano ai padri, le mogli non hanno voce in capitolo nell'andamento familiare. È negando tutto questo, che Troy si ritrova – metaforicamente, sia ben chiaro – a imprigionare il figlio in una vita differente da quella che avrebbe desiderato (prima costringendolo a lasciare lo sport per il lavoro, poi mostrandogli come sola via di fuga la marina militare) e la moglie in un matrimonio adultero, simile a un guscio vuoto, privo di dialogo e relazione. Proprio i due diversi significati di fence sono ciò che contraddistingue la netta frattura del film in due parti, in un prima e un dopo l'adulterio e la nascita di una bambina dalla relazione extraconiugale di Troy.

Tratto dall'opera teatrale omonima di August Wilson, scritta nel 1983, Barriere, di cui Washington oltre all’interprete principale è anche regista e produttore, si presenta come il perfetto adattamento cinematografico del Pulitzer per la drammaturgia: sceneggiato dallo stesso Wilson prima della sua scomparsa nel 2005, è diretto da un afroamericano, proprio come l'autore aveva più volte richiesto, nel timore che affidare il proprio lavoro a qualcuno che non ne comprendesse appieno il messaggio, potesse snaturarlo. Perfetto quanto meno nella prima metà: il cinema sembra quasi farsi “servo” del teatro, piegarsi all'opera al punto da perdere molte delle sue caratteristiche peculiari in nome di quelle del palcoscenico. La vicenda si svolge tutta in pochi ambienti (cortile e salotto della famiglia Maxon), che passano totalmente in secondo piano rispetto al lungo monologo di Troy.

Un monologo che Washington regge magistralmente, mostrando le paure e le difficoltà di un uomo, così come le sue piccolezze, passando – proprio come nel teatro popolare – da momenti di forte drammaturgia e tensione, ad altri di tono scherzoso e volgare. Non c'è “filmicità”, non c'è rappresentazione di sogni o passato, non c'è colonna sonora (se non molto scarsa e discreta). Le immagini sono raccontate, talvota il racconto è appesantito dal prolisso discorrere del capofamiglia, mai interrotto da nessuno, se non da brevi battute che hanno lo scopo più di “servirgli la palla”, che non di creare un vero dialogo. La centralità totale di Troy, retta dal suo continuo parlare, non si interrompe neppure quando esce dalla scena: a quel punto intervengono i fuori campo.

Teatralissima anche la scelta di seguire sempre, per un istante, i personaggi (contabili comunque sulle dita di una mano) al momento dell'entrata o dell'uscita in un luogo, in una stanza: è come essere su un palco, e se l'attore se ne va, lo sguardo lo accompagna finché non sarà dietro le quinte.

Tutto questo, che aveva fatto di Barriere un film originale e con caratteristiche proprie, si perde nella seconda parte. Troy lascia il suo “trono”, svela i suoi segreti, viene abbandonato dalla famiglia e, con essa, dal film stesso. Cominciano i silenzi, cambiano i dialoghi, che si fanno meno monologici in favore dell'uomo e più aperti alla moltitudine. Ci sono azioni, luoghi, movimenti di ripresa mai visti fino a quel momento, che appiattiscono il lungometraggio nella categoria dell'“uno come tanti”. Centrale diventa – a questo punto – la figura della moglie, Rose, interpretata da una Viola Davis potentissima nella reazione ferita, orgogliosa e arrabbiata di una donna che scopre il tradimento del marito, ma forse non altrettanto capace (o magari anche non agevolata dalla sceneggiatura stessa) di fare da perno alla conclusione della pellicola. Non c'è più un sole attorno a cui far ruotare tutti i pianeti. Dimostrazione efficace ne è il lezioso, favolistico finale, spostato temporalmente dopo la morte di Troy, con una scena ormai condivisa in modo equo da tutti i personaggi.

Candidato agli Oscar 2017 come miglior film, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista e miglior sceneggiatura non originale, Barriere non sembra avere molte possibilità contro i “colossi” sfidanti, se non da quell'unico punto di vista che, ancora una volta, lo lega fortemente all'opera teatrale: la sceneggiatura, appunto.

IL FILM

Fences
Denzel Washington
Usa, 2017, 139'
Sceneggiatura:
August Wilson
Fotografia:
Charlotte Bruus Christensen
Montaggio:
Hughes Winborne
Musica:
Marcelo Zarvos
Cast:
Viola Davis, Stephen Henderson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Mykelti Williamson, Lesley Boone, Jovan Adepo, Jason Silvis, Denzel Washington, Christopher Mele
Produzione:
Scott Rudin Productions, Paramount Pictures, MACRO, Bron Studios
Distribuzione:
Universal Pictures

Barriere è la storia di una ex promessa del baseball che lavora come netturbino a Pittsburgh e della sua complicata relazione con la moglie, il figlio e gli amici.




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