Steve McQueen

Bastano tre minuti

Tutto il senso del film potrebbe essere racchiuso in una sola sequenza.

Una sequenza muta, lenta nelle cadenze, riflessiva, in grado di rappresentare un periodo storico, la complessità di atti e conseguenze, le sfumature dei timori e dei sentimenti, gli inevitabili rapporti di forza tra parti troppo distanti perché entrino veramente a confronto.

Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), che una volta, quando viveva a Saratoga, stato di New York, era un uomo libero, prima che falsi amici lo vendessero ai mercanti di schiavi e fosse acquistato da un massa della Louisiana, è stato legato per il collo e issato sul ramo di una grossa quercia. Il sorvegliante Tibeats (Paul Dano) intende vendicarsi della reazione di Solomon alle sue continue angherie impiccandolo. Solomon è salvato dall'arrivo di un altro sorvegliante, Chapin, che intima a Tibeats e ai suoi tre aiutanti di mollare la presa della fune, affermando il principio di proprietà del padrone, mister Ford. Liberato improvvisamente, Solomon atterra in piedi, cercando faticosamente di rimanere eretto per non dare alla corda lo strattone che lo giustizierebbe. Chapin, pur mettendo in fuga Tibeats e i suoi complici, non lo libera, si limita a uscire di campo, lasciando Solomon alle prese con un nodo scorsoio troppo stretto e con le punte dei piedi alla ricerca di un equilibrio che il suolo fangoso non consente.

Un'ampia e lunga inquadratura (quasi un minuto e mezzo) indugia nell'osservazione del protagonista all'insicura ricerca della stabilità, agganciato al collo e immerso in uno scenario rigoglioso di distesa serenità quotidiana. Nessuna parola, nessun suono, eccetto il sensibile slittare dei piedi sul fondo scivoloso, il frinite imperterrito degli insetti e il cinguettio degli uccelli. Alle sue spalle, un intero mondo si attiva: gli schiavi escono dalle baracche, qualcuno osserva, ma solo per un attimo, poi tira dritto, altri iniziano la loro giornata lavorativa come se quel corpo che lotta per la vita non ci fosse. Una donna è mossa a compassione e gli si avvicina, gli offre una tazza d'acqua e lo deterge, prima di allontanarsi lasciandolo nuovamente solo. Ora l'inquadratura su Solomon lo ritrae di spalle, osservato da Chapin dal fondo della veranda della mansion di mister Ford. È un piano sempre piuttosto lungo, una ventina di secondi.

Un primo piano fuori fuoco di Solomon spezza la continuità delle prospettive estese. Dietro il suo volto sfocato tre bambini giocano a rincorrersi schiamazzando.

Un nuovo primo piano rende nitido e perfettamente a fuoco lo sforzo di Solomon per rimanere vivo nonostante il senso di soffocamento sia sempre maggiore. Il primo piano è dunque sulla nuca, sfocato, come in precedenza. Dalla mansion questa volta lo scruta la moglie di Ford. Il suo sguardo pare pietoso ma esitante, al punto da girarsi e rientrare in casa.

La prospettiva si amplia, i contorni vacillanti di Solomon sono mostrati dalla pedana d'ingresso di una baracca. Sulla direttrice dello sguardo, una donna, imperterrita, continua il suo lavoro mattutino dandogli le spalle.

Il piano sul protagonista si riassesta frontalmente: improvvisamente irrompe nello spazio mister Ford che taglia la fune tesa con un colpo deciso di accetta facendo cadere Solomon in terra, affranto ma finalmente salvo. Nel frattempo, però, le ombre della sera hanno sostituito la placida luminosità del mattino.

Solo tre minuti, secondo più secondo meno. In tre minuti di prospettive varie e irradianti, nel lancinante conflitto tra drammaticità dell'immagine e armonia dello sfondo si condensano lo scacco di un popolo, la violenza sadica subita e l'impotenza storica. Ma vi si raccolgono anche una paura soffusa in grado di avvertire il dramma individuale come consuetudine e di tramutarlo in indifferenza, la solidarietà furtiva ed estemporanea, l'inerme pietismo bianco, la necessaria compatibilità tra quotidianità e dolore, il padrone come arbitro della vita e della morte dei suoi schiavi.

Un episodio conchiuso, indipendente, il nucleo del film. Forse il vero e unico senso dell'intera operazione. Perché il resto avrebbe potuto realizzarlo un qualunque regista hollywoodiano di buon mestiere ricavandone un discreto risultato. Ma è in questa sequenza che si vede lo Steve McQueen delle videoinstallazioni e di Hunger, l'artista capace di raccontare solo con alcune immagini esemplari il dramma inscritto nel flusso del tempo, di operare conflitti con la dimensione sonora, di proporre una tragedia personale per dipingerne le conseguenze universali usando un semplice sfondo sul quale si materializza il peso della Storia.  

IL FILM

12 Years a Slave
Steve McQueen
Usa, Gran Bretagna, 2013, 134'
Sceneggiatura:
Solomon Northup, John Ridley
Fotografia:
Sean Bobbitt
Montaggio:
Joe Walker
Musica:
Hans Zimmer
Cast:
Craig Tate, Craig Tate, Mister Mackey Jr., Chris Chalk, Bill Camp, Christopher Berry, Taran Killam, Scoot McNairy, Tony Bentley, Cameron Zeigler, Quvenzhané Wallis, Kelsey Scott, Ashley Dyke, Bryan Batt, Dickie Gravois, Dwight Henry, Benedict Cumberbatch, Anwan Glover, Paul Giamatti, Brad Pitt, Michael Fassbender, Chiwetel Ejiofor
Produzione:
River Road Entertainment, New Regency Pictures, Plan B Entertainment
Distribuzione:
Bim

Stati Uniti. Negli anni precedenti la guerra civile americana, Solomon Northup, un nero nato libero nel nord dello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo. Misurandosi tutti i giorni con la più feroce crudeltà (impersonificata dal perfido mercante di schiavi Edwin Epps) ma anche con gesti di inaspettata gentilezza, Solomon si sforza di sopravvivere senza perdere la sua dignità. Nel dodicesimo anno della sua odissea, l'incontro con un abolizionista canadese cambierà per sempre la sua vita.

 

 




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