Rupert Wyatt

Captive State

Da un punto di vista narrativo, Captive State potrebbe funzionare benissimo come prosecuzione in negativo dell’ottimismo di Arrival. Alla fine di quel film gli alieni, così come erano arrivati, se ne andavano dal nostro pianeta a bordo dei loro dischi volanti senza colpo ferire, ma lasciando con un palmo di naso la razza umana, incapace di decifrare le finalità di quel primo contatto. In questo nuovo film di Rupert Wyatt, invece, il regista dell'Alba del pianeta delle scimmie e di The Gambler, non solo fa ritornare gli extraterrestri sulla Terra con delle astronavi simili ma decisamente più minacciose, ma li rende ostili e invasori.

Captive State è un ritorno alla fantascienza di resistenza politica in scia con quanto fatto di recente da Neill Blomkamp con il suo District 9 o da certo cinema americano fortemente patriottico alla Independence Day. Con una differenza sostanziale. Gli alieni, che in questo film non si vedono quasi mai, non sono l'incarnazione dello straniero che mette in crisi i valori dell'accoglienza e della proprietà privata insiti nella cultura statunitense, retaggio della Guerra Fredda, prima, e del terrorismo islamico o nordcoreano poi.

Qui gli extraterrestri, che quando si vedono sono brutti, sporchi e cattivi, benché arrivino da qualche galassia sperduta nello spazio, rappresentano una distorsione del potere vigente, le derive corruttive di certa politica conservatrice e suprematista che raccoglie consensi a dismisura tra i civili lobotomizzati delle società in cui noi stessi viviamo. Hic et nunc. Un potere abituato a esprimersi per messaggi subliminali, che distorce la realtà attraverso fake news, finge di essere dalla parte del popolo e intanto impedisce la libertà di espressione, concede privilegi a chi accetta di stare dalla sua parte e priva dei diritti fondamentali quelli che si oppongono.

Prendendo avvio a distanza di otto anni dall'inizio di questa dittatura aliena, il film racconta il tentativo da parte di un gruppo di disubbidienti di sovvertire una situazione in gran parte accettata dalla massa, che si tratti di gente incapace di distinguere il vero dal falso o più banalmente restia a protestare per via delle possibili conseguenze. Soppressione e controllo. Polizia e menzogna. L'umanità ridotta a schiavitù universale.

Non è che Wyatt dica cose nuove, ma il film ha un suo fascino, una sua attualità e soprattutto una sincerità di fondo. Vuoi per il particolare momento storico in cui ci troviamo, per cui i riferimenti alla nostra realtà quotidiana sorgono spontanei, vuoi per il modo in cui il regista di origini britanniche ha scelto di raccontare questa storia. Pur presentando scene di azione anche concitata, Captive State, anche per necessità produttive, rinuncia a un uso eccessivo e ridondante della spettacolarità affidata agli effetti speciali. E la scelta paga.

Il film è tutto raccontato dal punto di vista dei personaggi, divisi tra chi non ne può più e si organizza per mettere in atto un colpo di stato, chi ha deciso di collaborare con i dittatori alieni e chi semplicemente ha troppa paura per agire e quindi si è rassegnato a vivere in un reiterato e apatico status quo. Il risultato? Che l'approccio guerrigliero del regista, in assetto da combattimento e manifestazione di piazza, conferisce a una storia non particolarmente originale, il merito di risultare molto vera e coinvolgente.

IL FILM

Captive State
Rupert Wyatt
Usa, 2019, 109'
Sceneggiatura:
Rupert Wyatt, Erica Beeney
Fotografia:
Alex Disenhof
Montaggio:
Andrew Groves
Musica:
Rob Simonsen
Cast:
Madeline Brewer, Machine Gun Kelly, KiKi Layne, Kevin J. O'Connor, Jonathan Majors, John Goodman, James Ransone, D.B. Sweeney, Ben Daniels, Ashton Sanders, Alan Ruck, Vera Farmiga
Produzione:
Amblin Partners, Lightfuse & Gettaway, Participant Media
Distribuzione:
Adler Entertainment

Dieci anni dopo un’invasione extra terreste, il mondo è governato dagli alieni. Gli umani si dividono in due fazioni, coloro che accettano il nuovo governo e coloro che invece si oppongono dando vita alla Ribellione.




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