Davide Ferrario

Cento anni

È passato un secolo esatto dal 24 ottobre 1917 quando l’esercito austro-ungarico sfondò le linee delle truppe italiane del generale Cadorna sul fiume Isonzo a Kobarid, in Slovenia, una località che però nell’immaginario collettivo italiano tutti ricordano con il nome di Caporetto. I soldati italiani ripiegarono in modo disordinato: molti si diedero alla fuga, molti altri vennero fatti prigionieri, quasi un milione di persone delle provincie di Udine, Treviso, Belluno, Venezia e Vicenza divennero profughi e dovettero lasciare le loro case mentre l’esercito austro-ungarico occupava tutto il territorio italiano di nord-est fino al Piave. Il regime italiano iniziò allora una campagna violentissima di ricerca di quelli che vennero definiti dei “traditori”, quelli cioè che – dicevano – avevano lasciato la loro postazione al fronte e avevano permesso l’avanzata “nemica”. I responsabili vennero dunque cercati nel fronte interno, in quelli che si opposero alla guerra e che rifiutarono l’idea dell’unità nazionale contro il nemico, anche per tentare di coprire le responsabilità dei generali italiani.

Era il 1917 e c’era appena stata la Rivoluzione d’Ottobre, cosa che aveva permesso all’esercito austro-ungarico di concentrare i propri sforzi sul fronte italiano. Ma l’eco di quell’evento e dei conflitti dei “fronti interni” arrivò fino all’esercito italiano. Perché a Caporetto – si dice all’inizio di Cento anni di Davide Ferrario – “c’era anche una strana euforia: uomini abituati a marcire nelle trincee in mezzo al fango, al piscio, al sangue, cominciavano all’improvviso a concepire il pensiero di poter tornare a casa, e che la guerra sarebbe finita così; e che non c’era una gran differenza tra la vittoria e la sconfitta se non nella costatazione banalissima di essere ancora vivi”. Non una capitolazione dunque, ma l’occasione per poter trovare una via d’uscita da un massacro che il regime propagandava come sacrificio a tutti i costi.

Caporetto allora non è solo il paradigma e la metafora di ogni catastrofe della storia italiana ma un nome che nasconde il problema del destino della memoria collettiva: fu quello l’evento simbolo di una nazione divisa e lacerata dal fronte interno, o fu invece la premessa per una vittoria epica per l’identità e l’unità nazionale come quella della battaglia di Vittorio Veneto? È possibile ricordare le tante sconfitte della storia italiana come premessa per una rinascita condivisa e collettiva, oppure la storia è attraversata da conflitti che non è possibile sanare? È questa la domanda che pare muovere Cento anni: un film complesso e riflessivo, che è tutto tranne che accomodante, soprattutto perché affronta il problema del superamento degli antagonismi della memoria storica in un periodo dove i richiami alla pacificazione nazionale hanno spesso il sapore di ambigue operazioni di revisionismo.

Caporetto conduce allora ad altre tre “caporetto” della storia italiana: quella della resistenza raccontata nel romanzo L’eco di uno sparo di Massimo Zamboni, in cui si racconta una storia di conflitto fratricida tra due partigiani emiliani gappisti nel dopoguerra, sullo sfondo dell’uccisione di un nonno fascista e repubblichino; quella della memoria della strage di Piazza della Loggia a Brescia; e quella della “caporetto demografica” di oggi che fa sì che molti piccoli paesi rurali del Sud stiano andando incontro a uno spopolamento che è quasi la premessa di una morte. Eppure secondo Ferrario tutti questi momenti di sconfitta hanno sempre condotto a un’esperienza di rinascita, proprio come quella che ha portato alla vittoria di Vittorio Veneto dopo Caporetto. Tutti sono stati l’occasione per una forma di riscatto e persino di redenzione.

Tuttavia l’apologia di questa dimensione collettiva e pubblica della memoria non è priva di diversi rischi, che non sono solo la retorica un po’ didattica dell’insegnamento ai giovani dell’ultimo capitolo del film, ma anche quello di pensare che con il tempo gli antagonismi che hanno attraversato un evento storico possano essere ricondotti a una narrazione comune. A Brescia – ci dice Ferrario – un’intera città è stata capace di riunirsi sotto l’egida di un’elaborazione del lutto collettiva della strage del 1974. Eppure è possibile che anche quella guerra civile che è stata la resistenza possa ricevere lo stesso esito? È possibile che anche quel massacro di massa dei soldati sul fronte orientale possa condividere la stessa narrazione dei generali e del regime che li hanno prima mandati al fronte e poi rinnegati tacciandoli di tradimento? È possibile insomma che a distanza di anni un evento storico possa essere ricondotto al “noi” di una comunità condivisa? Oppure è proprio quel “noi” che continua a fare problema e ad esporre ogni idea di comunità nazionale a quella che è la sua altra faccia denegata, cioè il nazionalismo? È possibile pensare che una comunità possa riunirsi all’interno di un medesimo spazio – come dice spesso Franco Arminio nelle sue riflessioni – senza che questo comporti inevitabilmente anche un processo di esclusione di chi ne sta fuori? Quali sono i confini di questo “noi”? Una domanda piena di ambiguità e che rimane inevasa anche al termine del film, ma che certo Cento anni ha quanto meno il merito di porre.

IL FILM

Cento anni
Davide Ferrario
Italia, 2017, 85'
Sceneggiatura:
Giorgio Mastrorocco, Davide Ferrario
Fotografia:
Andrea Zanoli, Andrea Zambelli
Montaggio:
Cristina Sardo
Musica:
Massimo Zamboni, Fabio Barovero
Cast:
Mario Brunello, Marco Paolini, Laura Bussani, Gabriele Benedetti, Fulvio Falzarano, Franco Arminio, Fabio Nigro, Diana Hobel
Produzione:
Rai CInema, Rossofuoco
Distribuzione:
Lab 80 Film

A cent'anni dalla disfatta del 1917, il film riporta alla memoria le storie di profughi, orfani e prigionieri della prima Caporetto, ambientandoli nei luoghi di altre Caporetto del Novecento, dalla Risiera di San Sabba alla diga del Vajont. Si addentra poi nella vicenda famigliare di Massimo Zamboni raccontata nel suo libro L’eco di uno sparo(Einaudi, 2016): il nonno, gerarca fascista, è ucciso in un agguato da due partigiani, uno dei quali successivamente ucciderà l'altro. Le irrisolte questioni del dopoguerra portano alla strage di Piazza della Loggia a Brescia, nel 1974: le interviste a chi c'era, a chi ha perso qualcuno, ai "nuovi bresciani" che considerano la strage parte della propria identità. «Capire le ragioni per cui sono morti», dice Manlio Milani, presidente dell'associazione famigliari delle vittime. E oggi, una nuova Caporetto: lo svuotamento demografico, soprattutto al Sud. Franco Arminio attraversa l'Irpinia e la Basilicata, dove i giovani sempre più se ne vanno. La domanda si trasforma: «A cosa servono i vivi?».




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