Cristina Comencini

Dietro le quinte

Cinema conservativo? Cinema di papà? Cinema morto? Non esattamente. O comunque, non soltanto.

È evidente che con Latin Lover Cristina Comencini voglia celebrare l’epoca d’oro della nostra produzione cinematografica, un mercato e un immaginario che non ci sono più (e non ci sono più neanche i presupposti che li tenevano in vita, si chiamino realtà o società o semplicemente mondo, con buona pace di tutte le prefiche e i nostalgici della commedia all’italiana), i volti e i corpi che in essa nascevano e che da lì diventavano icone e simboli. In questo, la regista ha gioco facile, e in qualche modo perfino efficace. Eppure c’è qualcosa di più.

Nel suo inseguire un sogno, e nell’elogio di un’illusione, Latin Lover riesce – forse suo malgrado, o forse no - a parlare del maschio come fenomeno di massa sessista, basso e alto mimetico insieme, per la forza che aveva di ispirarsi e aderire alla persona comune (lo spettatore medio) ma anche per l’irresistibile e inevitabile ideale espressivo e comportamentale che rappresentava, nodo di vizi e virtù a cui lo sguardo e la fantasia non potevano non ricorrere. Il gender, insomma, come specchio e chimera discriminatori. Con qualcosa in più, però: perché il cortocircuito che si innesta all’apparizione del personaggio dello stuntman (Lluís Homar), che ha nel corso della vicenda un ruolo fondamentale, provoca una reazione a catena che coinvolge tutti i protagonisti, ma in maniera più decisiva il passato, la memoria del medesimo, il suo culto.

Alla larga dall’immanenza del pettegolezzo, Cristina Comencini sfoglia un album di famiglia con l’affetto di chi sa che non ogni cosa è illuminata dai riflettori o dalla macchina da presa: il rito dell’adulazione e dell’immedesimazione è anch’esso una mascherata, che nasconde facce diverse e ben truccate. Il segreto non è dunque una vergogna ma la sostanza di cui sono fatte le stelle: il cinema, ciò che implica, ciò che offre. Scoprirlo è anche un po’ ucciderlo.

Ecco perché Latin Lover vince sulla sua stessa natura di commedia degli equivoci e di stereotipi (che nei momenti migliori ha il ritmo invidiabile dell’Ozpetek più orchestrale e che, ammettiamolo, ottiene il massimo dai suoi numerosi interpreti, diretti peraltro molto bene: per un confronto impietoso, si veda ad esempio Il nome del figlio di Francesca Archibugi): non il semplice e banale svelamento da rotocalco di un dietro le quinte allegro, ambiguo e puttaniere, ma la convinzione della necessità di un dietro le quinte, e che resti tale, per giunta, dietro, celato, magari suggerito, perché no sottinteso, mai esposto. Senza affermare che il privato debba prevalere sul pubblico, ma con la certezza che il mito debba essere dissimulato per mantenere il suo potere persuasivo.

Finisce allora che un film che appartiene più alla coralità ovattata e spuntata di Speriamo che sia femmina (quindi, alla tardo e post-commedia all’italiana) che ai toni corrosivi di uno Scola, glorifichi più di qualunque altra cosa non un ritorno a fasti sepolti, bensì l’artificio, evitando a sorpresa la prevedibile smitizzazione della figura del titolo, con tutto ciò che essa comporta, ma anche la relativa esaltazione di un qualunque matriarcato: in Latin Lover, uomini e donne sono tutti scombinati, un po’ stronzi un po’ ipocriti, e nessuno di loro è il sesso forte.

 

IL FILM

id.
Cristina Comencini
Italia, 2015, 104'
Sceneggiatura:
Cristina Comencini, Giulia Calenda
Fotografia:
Italo Petriccione
Montaggio:
Francesca Calvelli
Musica:
Andrea Farri
Cast:
Pihla Viitala, Francesco Scianna, Candela Peña, Marisa Paredes, Jordi Mollà, Nadeah Miranda, Neri Marcorè, Virna Lisi, Lluís Homar, Claudio Gioè, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Toni Bertorelli
Produzione:
Lumière & CO. con Rai Cinema
Distribuzione:
01 Distribution

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