Álex de la Iglesia

Divertissement libertario

Un Cristo argenteo con corona di spine si guarda intorno nella centralissima Puerta del Sol, crocevia turistico di Madrid. Sta per rapinare un Compro Oro ed è in attesa dei suoi complici: un morbido SpongeBob e un soldatino dipinto di verde. Ad accompagnare l’improbabile terzetto c’è anche un bambino, figlio del Cristo separato, costretto ad agire nel suo giorno di affidamento. Il colpo finisce male (è il povero SpongeBob a pagarne le conseguenze) e i superstiti dirottano un taxi per farsi portare in Francia. La meta, per volere dell’uomo-Gesù, è EuroDisney: un po’ per far felice il bimbo, un po’ per dimostrare alla ex moglie di saper essere un padre affettuoso e responsabile. I quattro invece si incastrano nel fantasmatico villaggio basco di Zugarramurdi, quartier generale di una famiglia di streghe in attesa dell’avvento della Grande Madre.

Le streghe son tornate, ultimo film di Álex de la Iglesia, inizia frullando i generi in maniera vorticosa e sapientemente incoerente, calando programmaticamente venature comiche in uno stile adrenalinico da heist movie. Ma l’incipit del film rappresenta solo la prima di una lunga serie di inversioni di tono che variano freneticamente colorandosi di pulsioni slapstick e derive splatter, di logorree brillanti e virtuosismi stilistici.

Le streghe son tornate è un’enciclopedia del gotico virata in commedia, libera da quella carica metaforica, fascinosa quanto opprimente, che caratterizzava Ballata dell’odio e dell’amore e di quella superficialità ostentata che affogava il precedente La chispa de la vida in un mare di ovvietà.

Le streghe son tornate è invece un divertissement libero e libertario che affronta con curiosa provocazione l’eterno conflitto dei sessi – che Rob Zombie aveva trattato specularmente, con sublime nichilismo e angosciosa cupezza, nel nerissimo horror Le streghe di Salem – immergendolo in atmosfere non prive di una spudorata e consapevole dose di anarchica idiozia. Il meccanismo di fondo utilizza i canoni classici della commedia tingendoli di sangue: l’identificazione donna/strega – anche se l’unica strega davvero spaventosa sembra essere l’ex moglie borghese in carriera del protagonista – è compensata da un vitalismo contagioso che sfronda ipotesi misogine. Sono anzi gli uomini ad apparire come inguaribili vittimisti allo sbando, facili prede infantili di una variante demoniaca del femminile “mistero senza fine bello”. 

La bulimia di de la Iglesia non risparmia eccessi ridondanti e una certa sensazione di accumulo ma il risultato finale, a patto di non prendere il gioco troppo sul serio, regala momenti di esplosiva creatività e di solare carnalità (anche grazie alla strega statuaria e languida di Carolina Bang) fino a scivolare su un ambivalente lieto fine che spalanca le porte all’amore, capace di trionfare anche su irriducibili diversità. Perché forse è proprio nel momento di massimo terrore nei confronti dell’altro sesso che si possono intravedere degli spiragli di sanguinolenta felicità.

IL FILM

Las brujas de Zugarramurdi
Álex de la Iglesia
Spagna, Francia, 2013, 104'
Sceneggiatura:
Jorge Guerricaechevarría, Álex de la Iglesia
Fotografia:
Kiko de la Rica
Montaggio:
Pablo Blanco
Musica:
Joan Valent
Cast:
Terele Pávez, Carolina Bang, Pepón Nieto, Mario Casas, Hugo Silva
Produzione:
Enrique Cerezo Producciones Cinematográficas S.A., La Ferme! Productions
Distribuzione:
Officine Blu

Un gruppo di fuggiaschi disperati, dopo una fortunosa rapina, scappa alla volta dei Paesi Baschi, patria della stregoneria in cui si annidano gruppi di fattucchiere. I malcapitati incontrano un gruppo di donne folli che si nutrono di carne umana. Intrappolate in una villa, le streghe cercano a tutti i costi di impossessarsi degli anelli e delle anime dei nostri eroi...




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