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Jérémy Clapin

Dov'è il mio corpo?

Il cinema d’animazione – forse soprattutto quello europeo – ha da sempre un vantaggio, anche se non sempre sfruttato, dato dal fatto che concretamente l’autore può avere il controllo pressoché totale sulla materia di cui è fatta la sua storia. Sulla sostanza, sui corpi, sui suoni, e può ragionare liberamente su distorsioni, su deformazioni, su schiacciamento e rilievo, su 2D e 3D, su ribaltamenti di prospettiva.

Così fa Jérémy Clapin sulla soggettività della protagonista di Dov’è il mio corpo (uno dei film più amati alla Semaine de la critique all’ultimo Festival di Cannes, ora disponibile in streaming su Netflix), descritta con una libertà e una coerenza da far impallidire certi maestri del nouveau roman.

Già, la protagonista del film non è una persona nella sua interezza, ma una mano mozzata che, come lascia intendere il titolo, ha perso il proprio corpo, il giovane Naoufel, e fugge da un istituto di medicina legale per ritrovarlo.

Clapin, che ha cominciato come illustratore, lavora da sempre sul tema del corpo e dei suoi limiti: Une histoire vertébrale (2004) racconta, con tratto déco, il disperato bisogno d’amore di un uomo costretto a guardare sempre in giù da una schiena innaturalmente bloccata ad angolo retto; Skhizein (2008) si concentra sul disagio di Henri, che, investito da un meteorite, si ritrova spostato di 91 cm rispetto al proprio corpo e deve riorganizzare, tarare il suo mondo di conseguenza; Palmipedarium (2012) vede un bambino dar corpo a un fantasma infantile, a un feticcio dei boschi, che da inquietante amico immaginario potrebbe diventare oggetto di caccia.

Ci voleva un romanzo, spostato, fuori dagli schemi per dare a Clapin l’occasione per il salto al lungometraggio, un libro che parlasse in maniera assolutamente non convenzionale del corpo: Happy Hand di Guillaume Laurant, sceneggiatore di gran parte dei film di Jean-Pierre Jeunet, Amélie compresa; un libro considerato intraducibile in live action, che avrebbe invece potuto trovare una nuova forma attraverso la libertà dell’animazione; e il film che ne è derivato, dopo sette anni di lavoro, è proprio a un’altra latitudine rispetto a Jeunet. Derivato, appunto, con l’aiuto dello stesso Laurant, che si è adattato senza problemi alla necessità di semplificare, di adeguarsi a tempi e budget inusuali, a rinunciare progressivamente a dotare la protagonista di una voce.
E non sarà il caso di insistere sulla sfida posta dalla presunta inespressività di una mano: il problema è, ovviamente, il doppio rovesciamento di prospettiva, quello della soggettività dell’arto amputato, e quello, ancora più radicale, della sua memoria. In questo Clapin rinuncia alla stilizzazione eccessiva, anzi, è inaspettatamente naturalistico. E non è mai greve, o grottesco, una volta varcata la soglia dell’incredulità è a tutti gli effetti un personaggio che l’orrore lo subisce, non lo produce: le scene nella metro, la sopravvivenza tra cani e piccioni, il confronto coi ratti, sono già da antologia.

Ma è il senso di sorprendente malinconia a sopravvivere nella memoria della visione, la consuetudine della mano, infantile, con il microfono, con il registratore, con il nastro di una vecchia audiocassetta, che sbroglia la matassa del passato “del proprio corpo”, di Naoufel, dall’infanzia spensierata e sognante in Marocco all’adolescenza e all’età adulta a Parigi, dove le cose, che si creda o no al destino, hanno preso una piega tutta diversa.

IL FILM

J'ai perdu mon corps
Jérémy Clapin
Francia, 2019, 81'
Sceneggiatura:
Guillaume Laurant, Jérémy Clapin, dal romanzo "Happy Hand" di Guillaume Laurant
Montaggio:
Benjamin Massoubre
Musica:
Dan Levy
Produzione:
Xilam
Distribuzione:
Netflix

Una mano mozzata, ibernata in un reparto di un ospedale parigino, decide di fuggire per trovare il corpo a cui appartiene; scoprirà di essere di Naoufel, giovane di origine magrebina. Il ragazzo, dopo un'infanzia e un'adolescenza difficili, è stato costretto dagli eventi a diventare corriere per una pizzeria, sebbene avesse sognato di diventare pianista o astronauta. Durante il suo lavoro, il giovane incontra inoltre Gabrielle, ragazza di cui si innamora.




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