Paolo Franchi

Dove non ho mai abitato

Il titolo sembra il ribaltamento di una frase solitamente riferita al melodramma hollywoodiano: «Home is where the heart is», la casa è il luogo dove sta il cuore.

I mélo degli anni ’40 e ’50, in effetti, erano pieni di case, spesso rappresentate come prigioni (Sirk) o come luoghi così ampi da condannare alla solitudine i suoi abitanti (Minnelli). In Dove non ho mai abitato c’è una casa in costruzione come in Noi due sconosciuti di Richard Quine (1960), sottile melodramma agli sgoccioli del periodo classico dove un cantiere diventava il teatro dell’amore fra due vicini di casa, una casalinga e un architetto (Kim Novak e Kirk Douglas) insoddisfatti dei loro rispettivi matrimoni. La casa in evoluzione si trasformava poco alla volta nell’ideale luogo dell’anima dei due personaggi; accompagnava la nascita di un sentimento escludendo il mondo esterno dai propri spazi, immergendo i due amanti nel buio o in una sgargiante luce in Technicolor.

Francesca e Massimo, i protagonisti del film di Paolo Franchi (Emmanuelle Devos e Massimo Gifuni), sono anch’essi due sconosciuti; la figlia e l’allievo prediletto di un celebre architetto di Torino ormai anziano, che ha affidato a entrambi il compito di ristrutturare una villa fuori città. Massimo progetta il restauro, trova soluzioni, rimodella lo spazio; Francesca, dopo essere tornata da Parigi dove ha un marito e una figlia e dove anni prima era fuggita per togliersi dall’ombra dell’ingombrante genitore, nel momento in cui riprende a lavorare come architetto insinua nell’abitazione soluzione luminose inattese, stravolge la pianta originale per trovare zone di luce che ne mutano l’aspetto. Gli spazi si aprono all’esterno, da soffocanti si fanno liberatori; da cieca che era, la casa apre i propri occhi.

Le altre abitazioni in cui Francesca e Massimo si muovono (la casa a Parigi che la donna condivide con i familiari, l’appartamento del padre in centro a Torino, le stanze spoglie in cui lui dorme e fa l’amore con una donna che non sarà mai la sua compagna) sono i luoghi dove entrambi non hanno mai abitato, mentre l’unico spazio in cui non abiteranno mai – la casa che costruiscono insieme – è la sola dove abitano da sempre, esclusi dal mondo e in realtà anche da sé stessi.

Paolo Franchi lavora da sempre con il melodramma. I suoi film sono fatti di atti mancati e di reticenze nei comportamenti dei personaggi; i suoi racconti sono ellittici e simbolici. I luoghi, poi, dalle case alle strade di Torino e Roma, sono il riflesso di stati emotivi inquieti. In Dove non ho mai abitato trova però una misura di sguardo e di approccio alla vicenda sentimentale che libera il suo cinema della gravità di E la chiamano estate e Nessuna qualità agli eroi. Restano i dialoghi carichi di sentenze, il montaggio spesso macchinoso dei dialoghi, una direzione degli attori anti-naturalistica (o semplicemente impacciata in alcuni momenti); resta anche la voluta artificiosità delle atmosfere, con l’ambientazione in una Torino altoborghese e intellettuale. È però nell’uso insistito e prolungato dei primi piani (spesso fuori asse rispetto ai raccordi di sguardo) e a un generale senso di malinconia nelle atmosfere e nei colori (dei costumi e degli spazi interni) che il film trova una forza figurativa finalmente compiuta, una forma visiva matura che costruisce un melodramma di rinuncia e abbandono.

La storia d’amore impossibile fra Francesca e Massimo resta racchiusa negli occhi che non piangono, nella voce che non dice, in un dolore che pesa sull’anima dei personaggi, ma non, per una volta, sul film. Che al contrario è dolcemente languido, anche triste, in certi passaggi magari fiacco o poco sciolto, eppure lieve. Franchi usa gli spazi e gli oggetti in maniera simbolica: un mucchio di scatoloni mai svuotati, una tenda tirata, un bicchiere lasciato vuoto a metà, un appartamento svuotato dei suoi oggetti… Ogni cosa rimanda a un’idea di frustrazione e chiusura, come nel melodramma classico, e tutto si riflette e propaga nei movimenti dei due protagonisti, che sono entrambi architetti e dunque consapevoli dello spazio in cui si muovono (come nella scena in cui Francesca racconta a Massimo il lavoro di progettazione della piazza in cui stanno camminando) e del fatto che per loro, nel mondo fisico, nessuno spazio, nessuna casa sarà concessa.

Dove non ho mai abitato è un film elementare: ha la giustezza e la precisione di uno sguardo semplificato, eppure non semplice. Uno sguardo che usa le superficie delle cose, e soprattutto gli onnipresenti vetri attraverso cui i personaggi si guardano e si spiano, per evocare una profondità impossibile da raccontare.

IL FILM

Paolo Franchi
Italia, 2017, 97'
Sceneggiatura:
Rinaldo Rocco, Paolo Franchi
Fotografia:
Fabio Cianchetti
Montaggio:
Alessio Doglione
Musica:
Pino Donaggio
Cast:
Jean-Pierre Lorit, Hippolyte Girardot, Giulio Brogi, Giulia Michelini, Fausto Cabra, Fabrizio Gifuni, Emmanuelle Devos, Naike Rivelli, Valentina Cervi, Yorgo Voyagis
Produzione:
Pepito produzioni
Distribuzione:
Lucky Red

Torino. Manfredi è un architetto di grido che, a causa di un infortunio, non può seguire il cantiere di ristrutturazione di una villa alle porte della città. Francesca, la figlia, vive a Parigi, ma è tornata in Italia per far visita al padre. Anche Francesca è un architetto, ma ha rinunciato a esercitare la professione per costruirsi una famiglia. Manfredi spinge la figlia a dirigere, al posto suo, i lavori in cantiere. Qui Francesca conoscerà Massimo, un incontro inatteso che porterà i due a confrontarsi con i loro sentimenti e le loro scelte.




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