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S. Craig Zahler

Dragged Across Concrete

Nei tre film che S. Craig Zahler ha girato fino a questo momento si respira sempre un’aria di densità innaturale, come se il fulcro fosse spostato rispetto al consueto asse narrativo. E questo è ancora più evidente nel suo ultimo lavoro, Dragged Across Concrete, realizzato nel 2018, presentato a Venezia e uscito in Italia la sera del 21 aprile direttamente su Sky. Una tendenza più marcata rispetto all’horror western primitivista Bone Tomahawk e all’action carcerario Cell Block 99, in cui la violenza esplodeva improvvisa e belluina dopo una preparazione lunga e articolata, fatta di attese e scenografie secche come gli atti dei personaggi.

Dragged Across Concrete va oltre e mostra alla base un’autentica intenzione poetica, che oltrepassa anche i leciti dubbi su un racconto che potrebbe apparire slabbrato, incapace di ruotare adeguatamente intorno al suo nucleo drammatico. Quella di Zahler è indubbiamente una modalità di narrazione eccentrica, che qualcuno ha accostato a Tarantino pur mancando totalmente il bersaglio, perché le lunghe preparazioni dialogiche dei personaggi a un’azione che pare non giungere davvero mai, nel cinema di Zhaler non possiedono ritmo scintillante e ferrea logica pop, quanto una qualità inerziale, disperata e sconfitta, fatta di eventualità proposte nella speranza che si avverino, così come costantemente rivela il consueto ricorso alle percentuali di attuazione espresse dal personaggio di Brett Ridgeman.

È questo un film d’azione con un’azione totalmente procrastinata, riempita quasi completamente di attesa. È un B-movie che si conferma tale per alcune figure peculiari (la coppia di poliziotti, uno dei quali disilluso e a fine corsa; l’afroamericano appena scarcerato che deve riassestare una gravosa situazione familiare precipitata nella sua assenza), per la linearità elementare dell’intreccio (sospesi per abuso di potere, i due agenti cercano di impossessarsi dei lingotti di una rapina) e per la sobrietà delle scenografie (pochi tratti per definirle: si ricerca la funzionalità e non i significati accessori). Se ne discosta completamente, però, per il rifiuto del montaggio come presupposto drammatico a vantaggio di una narrazione volutamente abulica, costruita sull’enfasi di un tempo deliberatamente ispessito. In questo modo, gli appostamenti dei due sbirri senza distintivo diventano eterni, non momenti accennati a scopo informativo, completati dall’inferenza dello spettatore (come invece è di solito). Al punto tale che un pasto consumato nell’abitacolo di un’auto si trasforma in un momento essenziale, oggetto di insolita attenzione da parte della macchina da presa e del doveroso rimprovero di uno dei due, Brett, che fa notare all’altro la lungaggine, citando al confronto la velocità di una formica rossa.

Il racconto, quindi, procede per derive progressive riempite da dialoghi nutriti di problemi esistenziali, frustrazioni personali e dal qualunquismo pararazzista dei due protagonisti, Mel Gibson e Vince Vaughn, splendidamente underacting, in quello che ha tutte le apparenze di un prolungamento dell’attività di Zahler come scrittore (è autore di sei romanzi). Il regista sembra infatti alla ricerca di una peculiarità espressiva a cavallo tra i due mezzi, in modo da riempire di inerte drammaticità tutti gli interstizi, in attesa della (poca) azione. Il flusso della narrazione si ferma, prende altre strade, illude, pone delle domande che non ottengono risposta oppure la ottengono troppo tardi (la compagna di Anthony lo sposerà o no?), operano digressioni su personaggi destinati a compiere una parabola fulminea solo per raggiungere un sollecito effetto di pathos: sembra quasi un esperimento rispetto alle possibilità di espansione di un testo e invece è un lampo di imperfetta stravaganza rispetto alle canoniche regole di uno script.

Il superamento programmatico delle regole (narrative) è riflesso poi nei contenuti stessi del film, poiché Dragged Across Concrete parla degli scampoli dell’etica quando la necessità obbliga a infrangere il limite imposto dalla legge, intesa come insieme di regole sociali. In questa situazione di estremizzazione delle reazioni umane si concentrano gli eccessi del cinema di Zahler, equamente diviso (fin da Bone Tomahawk) fra una compiaciuta esibizione della violenza (crani schiacciati, uccisioni sventaglianti, pudenda evirate, gastrectomie e un lieve tocco di crudele poesia, con una lacrima che bagna la benda di un ostaggio dopo la minaccia di un occhio cavato) e conversazioni sempre sul punto di trascendere nel razzismo più bieco. Zahler non è certo un seguace del politically correct e si vede (lo straniante colloquio dei due poliziotti con il loro capo, interpretato da Don Johnson, è esemplare) ma quello che potrebbe anche essere un merito a volte sfocia in dichiarazioni così reiterate che il confine dell’ironia si smarrisce, fornendo leciti dubbi a chi potrebbe sostenere che l’autore condivida il pensiero dei suoi personaggi. Soprattutto se qualcuna di queste battute di dialogo è espressa da Mel Gibson, che non è proprio un soggetto con una storia progressista alle spalle.

IL FILM

S. Craig Zahler
Usa, Canada, 2018, 159'
Sceneggiatura:
S. Craig Zahler
Fotografia:
Benji Bakshi
Montaggio:
Greg D'Auria
Musica:
Jeff Herriott, S. Craig Zahler, The O'Jays
Cast:
Jennifer Carpenter, Laurie Holden, Mel Gibson, Udo Kier, Vince Vaughn
Produzione:
Cinestate, Look to the Sky Films, Moot Point Dragged Productions, Unified Pictures
Distribuzione:
Adler Entertainment

Il veterano Brett Ridgeman (Mel Gibson) e il suo collega più giovane, Anthony Lurasetti (Vince Vaughn) sono due poliziotti corrotti. Un video che mostra i loro violenti metodi di intimidazione, è al centro di una bufera mediatica,  e i due agenti vengono sospesi dal servizio. Non avendo altre alternative, visto che ormai sono a corto di soldi, Brett e Anthony decidono di cimentarsi nel mondo criminale. Ma troveranno molto più di quanto avevano cercato...




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