James Wan

Elegia funebre

Vediamo se qualcuno ne farà un discorso autoriale. Vediamo se qualcuno si lascerà sedurre dalla morte come trait d’union fra gli universi horror di James Wan (da Saw a Insidious a L’evocazione - The Conjuring) e il suo esordio nell’action pura. Quel che è certo è che i presupposti ci sono tutti: perché il settimo episodio di questa serie (il migliore assieme al quinto, è bene dirlo subito) è inevitabilmente permeato da una marcata elegia funebre, dovuta – gli appassionati lo sanno bene – alla morte durante la lavorazione di uno dei protagonisti, Paul Walker, resuscitato per buona parte digitalmente o per mezzo dei cari vecchi double (con effetti veramente clamorosi).

Wan o no, Fast & Furious 7 sembra comunque porre la pietra tombale non tanto sull’attore, ma sul genere di riferimento. La critica, specialmente quella che ha prestato giuramento all’integralismo di sguardo, ha di recente avuto terreno fertile con la Hollywood più esplosiva: Michael Bay e i suoi Transformers sarebbero l’ultima parola possibile nell’immaginario post-ludico dell’ipertrofia digitalizzata. Ma qui si va oltre, registrando il precipitato del dispositivo post-post-moderno (o, per dirla con Luca Malavasi, neomoderno) con un’idea di sacralità della persona e degli affetti che sembra catapultarlo trent’anni addietro.

Il risultato è paradossale e ossimorico, fantasmagorico e mostruoso, esaltante e un filo necrofilo. In questo modo, assistiamo a un’elaborazione del sistema che è prepotentemente contemporanea eppure violentemente retrò, in un’orgia ideale di campionature computerizzate e languori sentimentali che non ha eguali nel cinema odierno (e nemmeno a Hollywood, con buona pace dei fan oltranzisti di Bay).

Ci sono ovviamente ciò che ci si aspetta, ovvero alcune delle più elaborate e straordinarie sequenze d’azione che si ricordi: il lungo doppio inseguimento nel Caucaso con sospensione sul vuoto decuplica com’è prevedibile la vertigine di quello fra autocisterne sulla Rumorosa di 007 – Vendetta privata; i voli d’auto fra grattacieli ad Abu Dhabi possiedono una “leggerezza” beata che porta all’estremo Tower Heist – Colpo ad alto livello (che molti hanno dimenticato troppo in fretta); la distruzione metropolitana finale, con tanto di droni, sembra guardare sia a Tuono blu di Badham sia a un kaijū eiga tipo Godzilla contro i giganti di Fukuda.

Però più di tutto, più della maschità esibita e perciò ingannevole, più del bromance (che in chiusura assume un lirismo senz’altro siliconato ma non per questo meno efficace), più della musica truzza di Brian Tyler, più della presenza non casuale di Kurt Russell, ad essere indovinata in Fast & Furious 7 è proprio la sua natura di mostro a due teste, Gojira dolente e aggressivo insieme, che della gloriosa stagione delle creature atomiche giapponesi conserva, oltre ovviamente al gigantismo e alle proporzioni in scala (seppure invertite), la malinconia e addirittura la poesia elementare (ben più efficaci che nel reboot di Gareth Edwards). Non c’è una goccia di sangue, non c’è vera brutalità (neanche nei corpo a corpo con la star thailandese Tony Jaa): niente paura, fa parte del gioco, anche nei Gamera e soci non ce n’era.

 

IL FILM

Furious 7
James Wan
Giappone, Stati Uniti, 2015, 137'
Sceneggiatura:
Gary Scott Thompson, Chris Morgan
Fotografia:
Stephen F. Windon
Montaggio:
Christian Wagner, Kirk M. Morri, Dylan Highsmith, Leigh Folsom Boyd
Musica:
Brian Tyler
Cast:
Jordana Brewster, Michelle Rodriguez, Jason Statham, Paul Walker, Vin Diesel
Produzione:
Universal Pictures, Relativity Media, Dentsu
Distribuzione:
Universal Pictures

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