Dan Gilroy

End of Justice - Nessuno è innocente

Forse può esistere ancora il cinema hollywoodiano modellato sulla star. C’è sempre stato, tanto che gli studi accademici sull’attore è lì che crescono. D’altronde, se oggi crediamo al cinema di serie B “con” e “alla” Jason Statham o Nicolas Cage, non vedo perché non dovremmo più avere anche nel mainstream il caro vecchio film costruito su e attorno a un interprete di provato carisma (un interprete, non due o cinque: dunque The Post e perfino Il filo nascosto sono fuori gioco). Può piacere o no, e chiaramente sono numerosi i fattori che contribuiscono alla riuscita dell’operazione, però c’è speranza, suvvia.

Tolti di mezzo gli ultimi sopravvissuti della New Hollywood (solo Pacino ha costantemente e testardamente provato negli anni a piegare ancora il cinema a sé, con risultati spesso miseri; De Niro, per dirne un altro, ha intrapreso da almeno tre lustri la strada della cameizzazione grottesca della propria icona da più-grande-attore-di-sempre, con un effetto pagliaccione non si capisce quanto inconsapevole), ne rimangono pochine di vere star che l’opinione comune (e probabilmente pure la critica) reputa degne e sufficientemente “perbene” da sorreggere e soprattutto sviluppare un film (un caso interessante mi pare il Tom Hanks di Captain Phillips - Attacco in mare aperto). Denzel our man è una di loro.

E End of Justice - Nessuno è innocente è proprio questo, un vestito cucito su misura per il suo protagonista, che prevedibilmente è anche il co-produttore. Una casa da abitare e arredare “come vuole lui”; Dan Gilroy, in tutto ciò, è chiamato inevitabilmente a un semplice servizio (e non vuol dire inconsistenza o inutilità, anzi). C’è di più. Si tratta di un film che è anche mosso, svolto, espresso dalla star. Non ne incontravo così da qualche tempo. A tal proposito, Denzel Washington è qui un vero autore: dà il ritmo, sembra scrivere il copione mentre lo “recita”, infonde modi e atmosfere. Se riesce a non cadere nello stereotipo dell’immagine impari, e quindi nella trappola del ruolo grande e impegnato (il rischio di una costante e ininterrotta dissolvenza incrociata fra Forrest Gump e Rain Man era alto: auguri!), è perché il film gli si confà perfettamente da attirare a sé tutto il resto, vicenda, sviluppi e personaggi secondari.

Quest’ultimi, in particolare, restano tali, secondari: ricetta d’oro del miglior cinema hollywoodiano, è bene ricordarlo, dare cioè le giuste corrispondenze e le corrette priorità, solamente così il film e i personaggi stessi ne guadagnano, perché si muovono anch’essi, non si offrono esclusivamente quali totem; perché cambiano, si trasformano, talvolta si rovesciano, in un rapporto direttamente proporzionale alla star (e, nello specifico, che personaggi splendidi sono la volontaria di Carmen Ejogo e l’avvocato cinico di Colin Farrell, il quale – lasciatemelo dire – è tutto mezze tinte e sottrazione e di una bravura ineguagliata).

E allora anche il film ha un andamento dimesso, come il Roman J. Israel di Denzel Washington. Come lui è rallentato, pieno di illusioni e di sogni irrealizzabili, legato a un immaginario passato fino a crederlo l’unico possibile. Come il suo protagonista End of Justice sceglie il ricordo (gli anni Settanta, il cinema politicamente e civilmente schierato) e l’utopia per fare i conti col presente: non mi meraviglierei se un film così lontano dalla contemporaneità e inadeguato alle cadenze odierne (appunto, come Roman J. Israel) non incontrasse nessun pubblico. Ciò che più convince è però l’abilità mite e “in seconda battuta” del film a evolversi contestualmente all’itinerario morale del protagonista. Altra regola di ferro del cinema di sistema più resistente: avere il coraggio che il personaggio (anche quelli ausiliari) possa compiere un percorso, mutare, variare. Se vi pare così facile e di uso scontato, pensateci meglio e vedrete che nel racconto narrativo di oggi non è esattamente un cliché.

Il film bisogna anche saperlo cambiare in corsa, è un segno di scrittura ma anche di forza; e la forza di indossare la formazione e la manifestazione del film, in aggiunta alla sua epica (un’epica modesta ma non meno efficace, da dietro le quinte), in End of Justice appartiene alla star. La regia è di sua competenza. Fidatevi, non ce ne sono più molte.

                   

IL FILM

Roman J Israel, Esq.
Dan Gilroy
USA, 2017, 122'
Sceneggiatura:
Dan Gilroy
Fotografia:
Robert Elswit
Montaggio:
John Gilroy
Musica:
James Newton Howard
Cast:
Tony Plana, Shelley Hennig, Niles Fitch, Nazneen Contractor, Denzel Washington, Carmen Ejogo, Colin Farrell
Produzione:
LStar Capital, Imagenation Abu Dhabi FZ, Escape Artists, Cross Creek Pictures, Bron Studios, MACRO
Distribuzione:
Warner Bros.

La carriera di Roman J. Israel, un determinato avvocato difensore interpretato da Denzel Washington, è stata caratterizzata da un tenace attivismo: la sua vita viene stravolta quando una serie di turbolenti eventi si scontra con i suoi ideali. Colin Farrell affianca il protagonista nel ruolo di un ricco e ambizioso avvocato che assume Roman nel suo studio legale.




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