Fiorella Infascelli

Era d'estate di Fiorella Infascelli

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L’attacco è al bianco, questione di un fuori campo assolato, anzi abbagliato. Sonorità ovattate, sensazione salmastra di infanzia sospesa sulle vacanze. Non stupisce un simile incipit per Era d’estate, perché Fiorella Infascelli sulle trasparenze introflesse della messa in scena è abituata a lavorare, anche se poi i suoi film sono costruiti sempre su personaggi forti, pieni, dinamicamente inscritti nel vissuto stesso del testo.

Qui prende addirittura due figure tragicamente iconiche della nostra democrazia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e le coglie nel momento stesso in cui stanno per definire l’atto che le destina alla storia, il dispositivo di quel maxi processo che servirà a stabilire una volta per tutte che la mafia non è uno stato d’animo, una suggestione... Reificare la cosa, esattamente come inscrivere le due figure nella (loro) storia, quell’atto che le santificherà, ovvero le sacrificherà: potrebbe essere l’occasione iconografica perfetta e invece Fiorella Infascelli la lascia svaporare in un film che contrappone il pieno assoluto alla trasparenza della sospensione, alla profondità dell’atto interrotto. Ché racconta i giorni del 1985 trascorsi forzatamente da Falcone e Borsellino, e dalle loro famiglie, all’Asinara: praticamente rapiti in tutta fretta dai servizi e deportati sull’isola, per la loro sicurezza, messa a repentaglio da una minaccia intercettata in una cartolina spedita dall’Ucciardone.

Una pausa, una interruzione, lo iato nel gesto che definisce la cosa e la consegna a se stessa: la regista lo cristallizza nella marzialità un po’ ridicola che irrompe nella coloritura gioiosa (già di per se franta in ellissi nette ed esibite del montaggio) della festa di compleanno di Lucia, la figlia maggiore di Borsellino, quella che nel suo corpo somatizzerà la frattura di tutti e di tutto, ovvero anche la morte ventura. Smetterà di mangiare, Lucia, smetterà di giocare, starà male e costringerà il padre a portarla a Palermo, contravvenendo agli ordini, e permettendogli di ritornare con quei faldoni che dalla procura non arrivavano all’Asinara e senza i quali il lavoro suo e di Falcone non poteva andare avanti e quindi giungere a compimento.

La parabola del film, del resto, è tutta costruita sulla contrapposizione tra lo slancio della vita e l’interruzione che la nega, ma la poesia poi sta proprio nella sospensione che l’interruzione genera, nella volatile evanescenza della luce che taglia la scena primaria e la illumina diversamente. L’attesa dei faldoni diventa il tempo in cui il convitato di pietra siede alla tavola delle vacanze imposte alle due famiglie. E la contraddizione tra il sentimento del fuori tempo vacanziero e il peso del tempo bloccato, perduto, è tutto un gioco che la Infascelli costruisce nella gestione semplificata della luce: le albe e la controra, il giorno e la notte – che è una “notte americana”, smaccatamente, volutamente fotografica, perché questo è un film che vuole smaterializzare proprio il dispositivo della “fiction” (sì, intendo proprio quella fiction...), esibendolo. Lo fa anche nella scelta “iconica”, per così dire, dei due interpreti, Beppe Fiorello e Massimo Popolizio, così distintivi e sagomati...

Fiorella Infascelli in realtà li inserisce in una scena che poi si volatilizza nell’interno familiare, nella dimensione muliebre che svapora ovunque: corse di bimbi, mogli che cucinano, tuffi in mare mentre sullo sfondo guardie e pilotine definiscono la realtà rimossa della scena. Che poi è lo spazio ristretto della foresteria, in cui le due famiglie sono ospitate, sfaldato dalla regista nella disposizione geometrica tra figure negli interno e aperture delle finestre sull’esterno, cornici che contrappongono prigionia e libertà. E poi c’è la parte finale, quella della gioia, della pienezza, quando l’arrivo dei faldoni traduce l’interruzione forzata nel necessario compimento: lasciata scorrere dalla Infascelli come una funzione quasi didascalica, in cui le due figure compiono il loro destino, se stesse, definiscono il dispositivo accusatorio del maxi processo, inquadrano la “cosa”...

Il film qui semplifica, perché non è più aggrappato al tempo vitale della sospensione, al gioco in fieri dei personaggi: il tempo della pienezza è quello che in realtà prelude alla fine, che giungerà come una nuova interruzione della “vacanza”. L’ordine di ripartire e di andare verso il destino che di lì a sette anni si compirà.

L’Asinara resta lì, di rocce e di sole, isola dei cassintegrati a Pugni chiusi: altre sospensioni, altre resistenze, altre residenze obbligate che la Infascelli ha già raccontato e da cui è stato evocato il fantasma di Era d’estate. Che è davvero un film fantasmatico, un’opera fortunatamente e gioiosamente immateriale: l’esser lieve non è certo una prerogativa del nostro cinema, se poi la lievità si applica a un soggetto che coinvolge due figure iconiche della lotta alla mafia, il merito di Fiorella Infascelli, per aver fatto di un film come Era d’estate un’opera così intima e trasparente, diventa ancora più grande. 

Era d'estate
Italia, 2015, 100'
Regia:
Fiorella Infascelli
Sceneggiatura:
Antonio Leotti, Fiorella Infascelli
Fotografia:
Fabio Cianchetti
Montaggio:
Gianluca Scarpa, Roberto Missiroli
Cast:
Claudia Potenza, Elisabetta Piccolomini, Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio, Valeria Solarino
Produzione:
Fandango
Distribuzione:
01 Distribution, Elisabetta Piccolomini

L’Asinara, 1985. In una notte come tante sbarcano sull’isola Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le proprie famiglie. Il trasferimento è improvviso, rapido, non c’è nemmeno tempo di fare i bagagli, d’altronde la minaccia, intercettata dai Carabinieri dell’Ucciardone, è grave: un attentato contro i due giudici e i loro familiari partito dai vertici di Cosa Nostra. È un’estate calda, come non se ne vedevano da tempo, e nella piccola foresteria di Cala D’oliva, i due magistrati e le loro famiglie vivono completamente isolati. Così trascorre un mese fatto di notti insonni, di sorrisi, di scherzi, di pensieri, una lunga, inaspettata tregua in attesa di riprendere il lavoro, in attesa che il ministero fornisca le carte per continuare la stesura dell’ordinanza-sentenza del maxi processo, che affermerà una volta per tutte che la mafia esiste e ha un nome, “Cosa Nostra”.

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