Jia Zhangke

I figli del Fiume giallo

«Ho sempre ritenuto che i cambiamenti nella società cinese avvengano in maniera graduale, non che siano qualcosa di improvviso». Jia Zhangke dice una cosa abbastanza ovvia, parlando di I figli del Fiume giallo e in fondo una frase come questa può valere per ogni paese, ogni cultura e ogni società in tutto il mondo. Eppure per quanto semplice possa essere, la considerazione riveste una grande importanza per aiutare a comprendere non tanto il pensiero del regista rispetto al proprio Paese, ma piuttosto il suo modo di osservarlo, questo Paese. Perché raccontarli i cambiamenti, riuscire a renderli in poco più di due ore di cinema con rigore ed efficacia non è solo estremamente complicato, ma è anche qualcosa che richiede un’idea di messinscena forte e consapevole. E tutto può essere detto del cinema di Jia tranne che gli manchino qualità come queste.

I figli del Fiume giallo racconta diciassette anni di storia della Cina contemporanea (dal 2001 a oggi): Qiao ha una storia con Bin, boss della malavita di una piccola città mineraria del nord del Paese. Per salvare la vita al compagno la donna finisce in carcere e ci passa cinque anni. Quando esce lui però l’ha già dimenticata e si è trasferito a sud, nella regione della diga delle Tre gole. Gli anni passano e i due, legati indissolubilmente, finiscono per ritrovarsi proprio là dove tutto era iniziato. Anche se il tempo, la vita e il destino hanno riservato loro un trattamento molto diverso.

Prima che una storia d’amore il film è soprattutto un contenitore di ricordi, episodi, storie d’amore, esperienze di vita e sentimenti che messi tutti insieme non mostrano necessariamente le trasformazioni di cui sopra, ma le fanno avvertire, lasciano che traspaiano dal testo filmico e ne divengono l’essenza. Perché il cinema di Jia è qualcosa difficile da sezionare, analizzare o cercare di comprendere per momenti isolati, per compartimenti stagni o simboli (di cui pure è ricco), ma va preso piuttosto come una sorta di opera lirica in cui elementi diversi concorrono, ognuno a suo modo, a dar vita al tutto. Il film inizia come una gangster story, prosegue come un mélo e termina come un dramma, ma dentro ci sono tocchi di commedia e fantascienza, elementi della tradizione popolare, citazioni cinematografiche e riferimenti ad altri film del regista (soprattutto Uknown Pleasures, ma anche Still Life A Touch of Sin). E poi stralci di footage girato con una vecchia camera DV da Jia proprio nel 2001, quando la storia del film ha inizio. 

Anche se non è sempre semplice orientarsi all’interno di un mondo così vasto è proprio qui che si trova il nocciolo di I figli del Fiume giallo (e forse del cinema di Jia Zanghke): in uno stile cioè che riesce a far stare insieme forma e sostanza. La sensibilità per la composizione del racconto si ritrova infatti anche in quella rappresentazione così equilibrata di tempo, che si costruisce nel volgere dei due decenni che scandiscono la storia, e spazio, che si origina invece nella distanze geografiche che il film percorre a più riprese. Come suggerisce il regista stesso cercando di spiegare il significato del titolo originale cinese del film – Jianghu er nü, letteralmente "Figlie e figli dello Jianghu", dove lo Jianghu è la filosofia della piccola criminalità di provincia, che offre legami e fratellanza a persone socialmente escluse dai cambiamenti epocali di una società – I figli del Fiume giallo è un’opera sullo smarrimento di una generazione (la sua), che negli ultimi vent’anni è passata attraverso trasformazioni brutali e continue.

Trasformazioni tanto difficili da comprendere quanto facili da vedere, proprio perché distinguibili nelle ferite che il paesaggio della Cina si porta addosso (la diga delle Tre Gole ne è il simbolo più esplicito). E avvertibili soprattutto se – come capita alla protagonista – lo si percorre con il treno, che nel film è il mezzo che meglio di tutti riassume l’attraversamento dello spazio-tempo di cui si diceva. E proprio Qiao e Bin – che di questa generazione senza coordinate, senza ricordi e senza futuro sono l’incarnzione – in una delle ultime immagini camminano all’interno dello scheletro di uno stadio che non si capisce bene se non è ancora stato completato o se sta già cadendo a pezzi. Più o meno come loro.

IL FILM

Ash Is Purest White - Jiang hu er nü
Jia Zhangke
Cina, Francia, Giappone, 2018, 136'
Sceneggiatura:
Jia Zhangke
Fotografia:
Eric Gautier
Montaggio:
Matthieu Laclau
Musica:
Lim Giong
Cast:
Zhao Tao, Yi Nan Diao, Liao Fan
Produzione:
arte France Cinéma, Beijing Runjin Investment, Huanxi Media Group
Distribuzione:
Cinema Distribuzione

Qiao, una ballerina innamorata del gangster Bin, trovandosi coinvolta in un combattimento tra bande locali, per difendere il suo uomo spara un colpo di pistola. Per questo finirà cinque anni in carcere. Dopo il suo rilascio, Qiao cercherà Bin per riprendere la sua vita con lui, ma non tutto è rimasto come prima.




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