Antoine Fuqua

I magnifici sette

In anni in cui la parola legacequel («a sequel and continuation of the original story, while still having the qualities of a reboot») sembra essere sempre più di moda nelle logiche produttive hollywoodiane (basti pensare ai recenti Creed - Nato per combattere, Jurassic World, l’imminente Jumanji o il settimo capitolo della saga di Star Wars), Antoine Fuqua compie un passo indietro e realizza un remake nudo e crudo dell’omonimo film di John Sturges del 1960.

Una scelta sensata e premurosa, mirata a non intaccare più del dovuto un’opera diventata cult per molti spettatori e, per questo motivo, difficilmente malleabile. Eppure sono sufficienti pochi minuti per comprendere in quale direzione il regista voglia incanalare il proprio lavoro. I magnifici 7 è un film che vorrebbe fare dell’anonimato un punto di forza, ma presto questa stessa scelta gli si ritorce contro. Entrando in punta di piedi in un terreno insidioso come il western, Fuqua non rischia nulla, si eclissa completamente dietro sequenze (neppure così troppo) roboanti, giusto per attirare l’attenzione del pubblico contemporaneo e farsi portavoce della modernizzazione del cinema classico. Mancano però sia l’intenzione sia la capacità di rileggere il modello di partenza in modo significativo e profondo: nel suo film c’è poca malinconia, pochissimo respiro, e l’epica viene del tutto accantonata.

Mettendo persino da parte quella riflessione sul corpo che ha sempre caratterizzato il suo cinema (come dimostra in maniera esplicita il precedente Southpaw - L'ultima sfida), Fuqua si limita a mettere in scena lo script di Richard Wenk e Nic Pizzolatto preferendo lavorare sul collettivo invece che sui singoli. Il film non riesce mai a sollevarsi dalla medietà del racconto proprio perché propone una carrellata di personaggi stereotipati e bidimensionali, ognuno contraddistinto da una “magnifica” qualità di cui ci si dimentica in fretta. I magnifici sette del titolo hanno tutti il medesimo peso, lo stesso spessore, e a nessuno in particolare è dedicato un primo piano in più del dovuto, uno sguardo intenso o una manciata di secondi di silenzio.

Il gruppo dei sette finisce quindi per omologarsi al tono generale e per rimanere ingarbugliato in una freddezza che, su scala ampia, si trasmette al resto del film. Non è quindi un caso se, alla fine, l’unico personaggio in grado di persistere negli occhi e nella memoria dello spettatore sia l’antagonista interpretato da Peter Sarsgaard, una pecora nera fuori dal coro capace di lasciare il segno o quanto meno discostarsi dal resto della comitiva.

IL FILM

The Magnificent Seven
Antoine Fuqua
USA, 2016, 133 min
Sceneggiatura:
Nic Pizzolatto, John Lee Hancock
Fotografia:
Mauro Fiore
Montaggio:
John Refoua
Musica:
Simon Franglen, James Horner
Cast:
Vincent D'Onofrio, Sean Bridgers, Peter Sarsgaard, Matt Bomer, Luke Grimes, Lee Byung-hun, Haley Bennett, Ethan Hawke, Denzel Washington, Chris Pratt, Cam Gigandet, Vinnie Jones, William Lee Scott
Produzione:
Metro-Goldwyn-Mayer, Sony Pictures Entertainment, Village Roadshow Pictures
Distribuzione:
Warner Bros. Italia

Remake de “I Magnifici Sette”, film di John Sturges del 1960, a sua volta remake de “I sette samurai” di Akira Kurosawa. Quando la città di Rose Creek si ritrova sotto il tallone di ferro del magnate Bartholomew Bogue, per trovare protezione, i cittadini disperati assoldano sette fuorilegge, cacciatori di taglie, giocatori d'azzardo e sicari. Ma mentre preparano la città per la violenta resa dei conti che sanno essere imminente, questi sette mercenari si trovano a lottare per qualcosa che va oltre il denaro.




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