Christopher Nolan

I Believe

Pensate sia facile parlare di sentimenti a Hollywood? Parlare d’amore? È da Inception che Christopher Nolan parla d’amore. Solo d’amore. Il suo problema è che ne parla in maniera traslata, e per di più appariscente. E allora è un bersaglio prevedibile e privilegiato. Un bersaglio di tutti: dei cinici, di chi non ci crede mai, degli spettatori e dei critici che la sanno lunga. Certo, se uno parla d’amore, oggi, a Hollywood, qualche sospetto deve pur farlo nascere. Se poi uno ci impiega sempre tre ore per parlarne, qualcosa deve non tornare.

Il problema di Nolan col pubblico e con la critica è sempre lo stesso, un problema di cuore. Se veramente gli interessano i sentimenti, perché diavolo ci mette così tanto a dirlo, e per giunta con un impianto meditativo-filosofico a incastro da fantascienza-pernacchia (alla The Fountain, per intenderci)? Eppure mi chiedo se basta questo per colpire e lasciare a tappeto un film come Interstellar. Non ne sono sicuro. Come non sono sicuro che Interstellar sia un film di fantascienza. Può averne il vestito, ci possono essere lo spazio e i pianeti e le astronavi, però mi sembra che intenda altro, che dica altro.

Forse è bene prima di tutto chiarire una cosa: Inception e Interstellar (che di Inception è il gemello speculare, l’immagine riflessa e per alcuni versi la copia) sono soltanto film d’amore. Parlano d’amore, e con i sentimenti costruiscono una realtà. Ne parlano con gli abiti del blockbuster, con le star, con il budget e la durata da stratosfera. È di per sé un male?

Certo, c’è (stato) Spielberg e c’è (stato) Zemeckis, quindi forse bastano e avanzano. E se di fantascienza si tratta, c’è (stato) Kubrick e c’è (stato) Gravity, senza i quali, lo sappiamo bene, non si possono adesso fare i conti. Ma se è evidente che a Nolan 2001: Odissea nello spazio interessi (alla prova dei fatti e delle scene), di base c’è un desiderio pionieristico di rifondare non un genere e neanche un immaginario (a quello c’ha pensato il film di Cuarón), bensì un mondo. E tutto Interstellar tende a questo, alla messa in scena di personaggi che sono pionieri di un Paese in via di (ri)sviluppo. Patriottismo e antropologia sociologica si mescolano, ma come si mescolavano ad esempio in La più grande avventura. Al netto di tutto, e in special modo delle idiosincrasie di ognuno, Interstellar mi pare l’equivalente hollywoodiano del Grande Romanzo Americano, quello della coscienza umana di Steinbeck e della ridondanza stilistica di Faulkner.

E la fantascienza? È un trucco. Ma anche no: perché la rifondazione passa attraverso le altre galassie e le altre dimensioni. E più di tutto passa attraverso l’amore, con buona pace del cinismo generalizzato. Un amore che era fra un uomo e una donna (Inception) e che qui è fra un padre e la figlia. In entrambi i casi, comunque, un amore fondativo, per un nuovo reale, un nuovo paesaggio sociale e intimistico, ribaltando e annullando i concetti comuni di pensiero e specie. Ricordate La valle dell’Eden? Là si raccontava di generazioni e di idee (etiche, morali, religiose) a confronto e in lotta; qui è la stessa cosa.

Fisica quantistica, buchi neri e compagnia bella servono a Nolan per inscenare un processo di creazione, anzi di istituzione. Avrà la sua logorrea (Nolan è sempre stato logorroico, anche nei suoi Batman), però non manca di coerenza. Poi può interessare o meno, appassionare o no. Ma non mi vergogno a confessare che questo cinema così maestoso anche nelle sue debolezze, e proprio per questo così umano (e questa è dura da digerire, per chi ritiene Nolan l’alfiere del gelo), così deciso nelle scelte di campo nonostante le sue mille indecisioni (fra i sentimenti e la scienza vincono sempre i primi, e non c’è da vergognarsi), così prepotentemente sicuro di sé anche quando in verità non lo è, perché sbanda e cade e si rialza e si svuota (i vuoti di sceneggiatura? ma ancora qui stiamo?), ecco, confesso che questo cinema così certo e contemporaneamente incerto, ma dell’incertezza dei movimenti del cuore di fronte alla vita, mi piace, o perlomeno non mi spiace a un punto tale da non volerlo difendere. Perché di Interstellar mi convince la sua linearità travestita da barocchismo (è lineare anche nell’uso del montaggio alternato, che già c’era in Inception, e qui torna, ed è francamente bellissimo), il suo romanticismo non guaribile nemmeno a suon di wormhole.

Troppo semplice, troppo banale il suo discorso sull’amore? Ma cosa c’è di più semplice, nel senso di cristallino e trasparente, della mitologia fordiana, o delle pagine di Steinbeck? Di certo non è semplice Faulkner (provate a leggere oggi Mentre morivo e vediamo), ma Nolan non è né l’uno né l’altro, su questo siamo tutti d’accordo, però è da lì che pesca, da quella terra e da quegli orizzonti, lasciandosi sopraffare dai dubbi e dalle esitazioni (pure formali, si badi).

Non me la sento di biasimarlo, se crediamo che i dubbi e le esitazioni siano anch’essi sintomi d’amore. Perché è all’amore che si torna, sempre e comunque. Può apparire superficiale, può perfino puzzare di buonismo, ma se bisogna costruire una nuova realtà, forse è bene partire dalle perplessità del cuore. D’altronde, il momento chiave di tutto Interstellar è il dialogo fra Cooper (Matthew McConaughey) e Amelia (Anne Hathaway) sulla decisione di quale pianeta visitare prima che sia troppo tardi, se seguire la scienza (Cooper) o i sentimenti (Amelia).

In un film fatto di abbandoni e di divisioni (l’addio di Cooper alla figlia ha un’intensità emotiva davvero eccezionale, che si ripete alle visioni dell’uomo dei messaggi video dei figli: e sia detto una volta per tutte, la musica di Hans Zimmer è clamorosa e tutt’altro che scontata, specialmente quando diventa sinfonica e glassiana), il destino è già scritto, ma da ognuno per se stesso. Ad Amelia spetta la rifondazione definitiva, il re-inizio: spetta a una donna, come è la donna del titolo che in Lucy sconfigge la teoria evolutiva darwiniana per generare un nuovo universo (umano non umano, alla faccia della razza). In Interstellar, dopo sacrifici e eroi (maschili, anzi virili, anzi padri, come da manuale), l’origine della nuova specie è affidata al femminino. Una questione d’amore. Spaventosa: perché l’amore fa paura, sia a viverlo, sia a parlarne.

 

IL FILM

id.
Christopher Nolan
Usa, Regno Unito, 2014, 169'
Sceneggiatura:
Christopher Nolan, Jonathan Nolan
Fotografia:
Hoyte Van Hoytema
Montaggio:
Lee Smith
Musica:
Hans Zimmer
Cast:
Matt Damon, John Lithgow, Ellen Burstyn, Topher Grace, Casey Affleck, Michael Caine, Elyes Gabel, Mackenzie Foy, Jessica Chastain, Wes Bentley, Anne Hathaway, Matthew McConaughey
Produzione:
Legendary Pictures, Lynda Obst Production, Paramount Pictures, Syncopy, Warner Bros.
Distribuzione:
Warner Bros.

In un futuro imprecisato, un drastico cambiamento climatico ha colpito duramente l'agricoltura. Un gruppo di scienziati, sfruttando un "whormhole" per superare le limitazioni fisiche del viaggio spaziale e coprire le immense distanze del viaggio interstellare, cercano di esplorare nuove dimensioni. Il granturco è l'unica coltivazione ancora in grado di crescere e loro sono intenzionati a trovare nuovi luoghi adatti a coltivarlo per il bene dell'umanità.




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