Eli Roth

Il giustiziere della notte

E pensare che c’è ancora chi vede in Michael Winner – pace all’anima sua – un cineasta reazionario. Rivisto oggi, e di fronte al rifacimento affidato a Eli Roth, la versione del Giustiziere della notte del 1974 possiede ancora qualcosa di anarchico e rivoluzionario nel modo in cui metteva in scena la violenza urbana, brutale tanto da parte dei delinquenti, che trasformavano New York in un inferno sulla Terra, quanto da parte dell’architetto-vigilante impersonato da Charles Bronson.

Nel primo Giustiziere e nei quattro che seguirono (due dei quali diretti ancora da Winner, gli ultimi due dal meno verace Jack Lee Thompson) l’inespressività di Bronson veniva fuori in modo evidente e contribuiva a connotare la spietatezza vendicativa del suo personaggio. E dunque a infondergli spessore e carattere.

Ora Bruce Willis, chiamato a interpretare il vigilante Paul Kersey dopo una gestazione durata oltre un decennio (e che a fasi alterne ha visto in un primo momento il coinvolgimento di Sylvester Stallone e Liam Neeson), potrebbe avere nello stile di recitazione punti in comune con Bronson, ma fallisce purtroppo nell’efficacia della presenza scenica. E lo fa sia nei panni del vigilante, svogliato come la regia trattenuta di Eli Roth (l’unico momento gore, reminiscente della sua indole horror, è un corpo spappolato dal telaio di un’auto in un’officina), sia in quelli più improbabili del chirurgo – la professione esercitata da Kersey, contrariamente a quella dell’architetto urbanista nell’originale, in questo remake, che è più un reboot, dell’adattamento del romanzo omonimo di Brian Garfield.

Come da copione, la furia omicida di Paul Kersey scaturisce in seguito all’irruzione in casa di tre delinquenti dopo che una chiamata d’urgenza dall’ospedale ha fatto saltare i piani per una serata da trascorrere con la moglie e la figlia. Al dolore per la tragedia personale si aggiunge la frustrazione per i tempi infiniti della giustizia, nonostante i tempi siano cambiati e oggi le indagini dispongano di telecamere a circuito chiuso, smartphone e satelliti. Insomma, è comprensibile, seppur non giustificabile, che il mite Kersey si lasci influenzare dalle campagne pubblicitarie in favore delle armi e si improvvisi giustiziere.

Nell’originale, Kersey era un obiettore di coscienza e veterano della guerra di Corea (tant’è che al primo colpo sparato faceva subito centro). E non sarebbe riuscito a rintracciare l’identità degli assassini stupratori di sua moglie, salvo far strage di delinquenti comuni, per lo più rapinatori violenti e tossici dal coltello facile. Nella versione ripulita e patinata di Eli Roth, lo stesso personaggio non ha mai impugnato una pistola in vita sua, ha bisogno di esercitarsi prima di superare la propria imperizia, e uno dopo l’altro risale ai colpevoli abbastanza fortunosamente.

C’è chi ha criticato la scelta poco rispettosa di distribuire un film del genere a pochi giorni di distanza dal massacro avvenuto nel liceo di Parkland, Florida, lo scorso 14 febbraio. Ma è come sempre il segnale dell’ambiguità del cinema hollywoodiano, sospeso fra il programmatico cattivo gusto e un sottotesto conservatore così superficiale da risultare innocuo e, si spera, immune da qualsiasi tentativo di emulazione.

IL FILM

Death Wish
Eli Roth
USA, 2018, 107'
Sceneggiatura:
Joe Carnahan
Fotografia:
Rogier Stoffers
Montaggio:
Yvonne Valdez, Mark Goldblatt
Musica:
Ludwig Göransson
Cast:
Vincent D'Onofrio, Kimberly Elise., Elisabeth Shue, Dean Norris, Camila Morrone, Bruce Willis, Beau Knapp
Produzione:
Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Cave 76, Paramount Pictures, Spy Kids 4 SPV
Distribuzione:
Eagle Pictures

Paul Kersey, un chirurgo di Chicago la cui vita viene stravolta dall’omicidio della moglie e dallo stupro della figlia, cesserà di esistere e al suo posto subentrerà “il giustiziere”, un uomo dalla doppia anima che, ossessionato e accecato dal suo desiderio di morte e vendetta, si metterà sulle tracce degli assassini che hanno massacrato la sua famiglia e non solo...




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