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Judd Apatow

Il re di Staten Island

Staten Island è senza dubbio il quartiere più bistrattato e sconosciuto di New York. Non ha le luci di Manhattan né il fascino alternativo di Brooklyn; la losca fama del Bronx o il multiculturalismo borghese del Queens. È, nell’immaginario cinematografico, un non-luogo, un margine dimenticato, anche se, quasi di nascosto, numerosi film sono stati girati tra i quartieri middle-class dell’isola con il suo traghetto che la collega a Manhattan, la terra promessa di sogni e grattacieli. È a Staten Island che vive Scott (Pete Davidson), un ventiquattrenne problematico costretto ad affrontare ostacoli più grandi di lui: ciondola con i suoi amici fumando erba, ha una relazione segreta con
un’amica d’infanzia che tende a rimuovere, vive con la madre (Marisa Tomei, fragile e dura come si può immaginare ogni madre vedova) e l’integratissima sorella – in procinto di trasferirsi al college – in una casa accogliente quanto estranea. Soffre di disturbi dell’attenzione ai quali si aggrappa quasi fossero un’estrema protezione, sogna di aprire un tattoo-restaurant nonostante chiunque cerchi di dissuaderlo. E, più di ogni altra cosa, gioca pericolosamente con la rimozione della morte del padre, pompiere caduto in un incendio su cui scherza a mezza bocca mentre il cuore – evidentemente – continua a sanguinare. Scott è un entusiasta a modo suo: non si lamenta ma recrimina; non agisce ma rivendica i suoi sogni, per quanto labili; non è un ribelle anche se il mondo in cui vive sembra non avere spazio per lui. Scott non immagina un futuro, più per diffidenza che per disperazione, e si lascia vivere in un limbo che rappresenta una estrema zona di tranquillità, sebbene tranquillo lui non sappia esserlo.

Il re di Staten Island, l’ultimo film di Judd Apatow, è in fondo un one man show, una di quelle stand-up comedy che il suo protagonista,
giovane prodigio della squadra del Saturday Night Live, è abituato a mettere in scena. Ma in questa rappresentazione allo specchio che Pete Davidson – interprete principale, co-sceneggiatore e cuore pulsante del film, basato in maniera neanche troppo libera sugli avvenimenti della sua vita – costruisce c’è una sincerità e una qualità introspettiva difficilmente reperibile nelle spesso ciniche rappresentazioni teatrali e televisive a cui siamo abituati. Con un tono che rifugge ogni piagnisteo, Davidson cesella un personaggio e il mondo che gli gira attorno (perché si può essere il centro tolemaico di una costellazione anche essendo inadatto e apparentemente privo di pregi) con un affetto che abbraccia la disillusione ma rifiuta il cinismo. Scott è un giovane uomo incapace di costruirsi ma allo stesso tempo di arrendersi all’evidenza. Sa combattere, anche in maniera goffa e per gli obiettivi sbagliati. E se la prima parte del film sembra una risaputa anamnesi di un dropout – che rivendica i sentimenti senza saperli usare, che si estranea da un mondo che non sa conoscere – la costruzione del racconto di Apatow (con le abituali e necessarie lunghezze) crea empatia e ribalta inaspettatamente i ruoli. Scott, emblema di giovane uomo che rifiuta crescita e responsabilità più per pigrizia che per rivolta, morbidamente si accuccia al dispiegarsi della vita,
scopre capacità affettive che gli sembravano precluse, impara ad accettare la madre proprio nel momento in cui si sente rifiutato, trova nell’innocenza di bambini altrui lo sguardo carico di purezza capace di immobilizzarlo, scuoterlo e infine liberarlo, si lascia adottare da una comunità che riteneva di odiare. Scott – e Apatow costruisce sorprendentemente questa epifania al contrario – è un uomo che rifiuta di crescere ma che trova la salvezza (o almeno la potenziale strada per una minore infelicità) in un modo sghembo di tornare bambino, in una versione deformata di famiglia da cui si fa accudire e che lo fa sentire per una volta accettato senza compatimento, ma con compassione.

Il re di Staten Island, certo, porta in sé qualche sentimentalismo di troppo (cauterizzato con forza dall’apparente e contagioso fatalismo del suo protagonista) e forse è fin troppo indulgente verso la forza e la gioia dell’imparare a cambiare. Ma lo sguardo finale verso l’alto di Scott, il suo vedere nei grattacieli newyorchesi non una minaccia ma una polvere di sogno, ripaga di qualche imprecisione e compiacimento e regala una delle più tenere, implacabili, maschili (sì, maschili! e senza imbarazzo) storie di crescita del cinema americano di questi ultimi anni. Perché non è mai troppo tardi, non per crescere, ma per imparare a conoscersi e per avere curiosità nei confronti di un proprio futuro ancora, per fortuna, non scritto a qualsiasi età.

IL FILM

The King of Staten Island
Judd Apatow
Usa, 2020, 136'
Sceneggiatura:
Dave Sirus, Judd Apatow, Pete Davidson
Fotografia:
Robert Elswit
Montaggio:
Brian Scott Olds, Jay Cassidy, William Kerr
Musica:
Michael Andrews
Cast:
Bel Powley, Bill Burr, Marisa Tomei, Maude Apatow, Pete Davidson
Produzione:
Apatow Productions, Perfect World Pictures, Universal Pictures
Distribuzione:
Universal Pictures

Scott è un ventenne di Staten Island. Quando aveva 7 anni il padre pompiere è morto durante un incendio e da allora Scott non si è mai ripreso. Indolente e  nullafacente, trascorre le giornate in giro con suoi amici, a fumare erba e a fare sesso occasione con un'amica d'infanzia. Al contrario, sua sorella minore che sta per iniziare il college. Quando la madre di Scott inizia a frequentare un altro uomo, anch'egli vigile del fuoco, in Scott scatta la gelosia dell'eterno bambino e improvvisamente si ritrova a fare i conti con quel dolore e quel lutto che non ha mai voluto affrontare.




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