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Rodrigo Sorogoyen

Il regno di Rodrigo Sorogoyen

Dopo aver mostrato con il precedente Che dio ci perdoni di essere un regista dotato per il poliziesco (i ritmi, l’ambiguità, la violenza, il sottotesto politico), Rodrigo Sorogoyen compie con Il regno una scelta importante e rischiosa: raccontare, con le modalità di quel genere in cui per l’appunto si è mosso tanto bene, il mondo della politica. Il mondo occulto della politica. Quello fatto di intrighi, corruzione, privilegi sociali e denaro facile: almeno fino a quando il dispositivo ben oliato funziona, e questo non avviene necessariamente sempre.

Occorreva una storia esemplare nella sua banalità. Una storia che mettesse in scena le costanti di questo mondo: la ricerca instancabile e drogata del potere e il rifiuto di accettare la caduta personale come conseguenza della scoperta delle proprie malversazioni, seguita dalle indagini e da un processo regolare come avviene per tutti i cittadini normali. Ecco quindi Manuel Lopez-Vidal, uomo politico importante a livello regionale e lanciatissimo verso traguardi ben più ambiziosi: viene colto con le mani nel sacco in una faccenda di corruzione e da un giorno all’altro si ritrova abbandonato via via da tutti coloro che, da sempre perfettamente a conoscenza di ciò che avviene nel labirinto degli interessi inconfessabili in cui hanno imparato in fretta a muoversi, cercano soltanto di rimanere a galla lasciandolo annegare da solo. Lui che fino al giorno prima, grazie alla sua prontezza e alla sua abilità spregiudicata, era per gli altri l’ancora di salvezza.

Basandosi su una sceneggiatura abile firmata da lui e da Isabel Peña, Sorogoyen ha trasformato la banalità della vicenda in meccanismo narrativo capace di coinvolgere senza concedere margini a nessuna forma di identificazione. Le focali corte permettono di tenere sotto osservazione, grazie alla profondità di campo, tutto il brulichio di corpi, volti, gesti, oggetti che compongono questa realtà da osservare nei dettagli, in modo impietoso. Il montaggio martellante sia nella prima mezz’ora, quando ancora Lopez-Vidal è il deus ex-machina della situazione, sia per il resto del film ci conduce lungo un percorso da compiere all’ultimo respiro, incalzando il protagonista sempre più stretto nell’angolo e in caduta libera, alla ricerca delle carte con cui trascinare nel disastro tutto il partito che lo ha abbandonato al suo destino.

Va anche detto però che lo spazio dell’azione e i tempi della narrazione, sia pure controllati con mano sicura, risultano alla fine gestiti un po’ troppo “in automatico”, per così dire; con il risultato di un certo appiattimento del film sulla necessità di rispondere in modo adeguato alle richieste provenienti dal genere cinematografico prescelto. Dando in qualche modo per scontato che lo spettatore abbia già strumenti e contenuti (provenienti dal profilmico dell’attualità quotidiana) per attribuire l’opportuno spessore morale ed etico a quanto sta guardando svolgersi sullo schermo.

Per questo resta incongruo il dialogo conclusivo tra il protagonista e la giornalista televisiva davanti all’obbiettivo delle telecamere e poco convincente il tentativo di chiudere il giudizio lasciando aperto contemporaneamente il finale sul piano narrativo. La ricerca precedente del mimetismo, per quanto forsennato ad arte, rispetto al soggetto del racconto lascia improvvisamente spazio a una sorta di stilizzazione inverosimile del testa-a-testa televisivo, didascalica per quanto riguarda i contenuti e troppo straniante nel suo impianto rappresentativo.  

IL FILM

El reino
Rodrigo Sorogoyen
Spagna, 2018, 118'
Sceneggiatura:
Isabel Peña, Rodrigo Sorogoyen
Fotografia:
Alejandro de Pablo
Montaggio:
Alberto del Campo
Musica:
Olivier Arson
Cast:
Ana Wagener, Antonio de la Torre, Bárbara Lennie, Francisco Reyes, José María Pou, Luis Zahera, Monica Lopez, Nacho Fresneda
Produzione:
A.I.E, Atresmedia Cine, Bowfinger International Pictures, Film Stock Investment, Le Pacte, Mondex&cie, Tornasol Films, Trianera Producciones Cinematográficas
Distribuzione:
Movies Inspired

Manuel López-Vidal, un influente vicesegretario regionale prossimo al salto verso la politica nazionale, vede la sua vita perfetta andare in pezzi in seguito alle notizie trapelate circa il suo coinvolgimento in un giro di corruzione. Mentre i media cominciano a delineare l’entità dello scandalo, il partito gli volta le spalle. Manuel è espulso dal «regno» e, bersaglio dell’opinione pubblica, viene tradito da chi, sino a qualche ora prima, gli era stato amico.




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