Mario Martone

Il sindaco del Rione Sanità

Dove le immagini non arrivano più, ecco che giungono in soccorso le parole. Dove falliscono la serialità e i neo-neorealismi, i tentativi di documento e la malavita ridotta a genere, le Gomorre e le Suburre, ecco Eduardo De Filippo incarnato in un film di Mario Martone, che prima ancora è stato uno spettacolo teatrale. Non uno spettacolo qualsiasi, ma la produzione di un collettivo (il Nest, Napoli Est Teatro), che grazie alla collaborazione della compagnia Elledieffe di Luca De Filippo, nel 2017 ha potuto mettere in scena Il sindaco del rione Sanità in una piccola sala (una palestra abbandonata) nella periferia di Napoli. Il fuoco negli occhi di Francesco Di Leva, il “sindaco” Antonio Barracano, le parole che suonano insolitamente vere, vissute (anche quando sembrano declamate), arrivano da San Giovanni a Teduccio, luogo in cui l'attore protagonista è nato e in cui continua a vivere.

Don Antonio Barracano dispensa al popolo la sua giustizia, che non ha nulla a che vedere con la legge. Riceve i postulanti, ascolta i fatti, indaga a modo suo (usando l'ironia e la minaccia) e poi sentenzia, risolvendo i contenziosi. Sparatorie, cambiali da pagare, brutte storie tra padri e figli. Per lui è quasi una missione, un privilegio regale che esercita in base a un codice che appare indiscutibile, inappellabile, senza tempo. La città è ai suoi piedi, letteralmente. La sua tenuta, abusiva, sta ai piedi del Vesuvio. Ma non è un banale capomafia. Non lo vedeva così De Filippo e non lo racconta in quel modo neanche Martone, che mette in scena un clan malavitoso senza evocare i suoi traffici e la sua prosaica (banale) realtà, ma raccontando una mentalità, un modo di essere e di sentire, un'idea di violenza radicata in profondità. E ci sorprende – come ci sorprendeva De Filippo – con la parabola tragica di un uomo che accetta la responsabilità delle sue azioni e offre la sua stessa vita nel tentativo di spezzare la catena dell'odio e della vendetta, per evitare l'ennesima guerra. Scegliendo però di tagliare il monologo finale, quel disperato augurio di spararsi a vicenda, gli uni con gli altri, di fronte al compito improbo di distinguere i buoni e i cattivi, di separare il bene dal male, il marcio da ciò che ancora si può salvare.

D'altra parte come si fa a non amare il “sindaco”, il suo sarcasmo letale, la malinconica consapevolezza con cui esercita il suo ministero di protettore degli ignoranti, quelli che non possono affidarsi ad avvocati, giudici, ingegneri, carabinieri, perché ne uscirebbero annichiliti, e allora vanno da lui, Don Antonio, in cerca di protezione, di una soluzione semplice e definitiva, lui che non ha problemi ad accoltellare a morte un uomo e a comprare i testimoni per uscirne pulito, lui con la sua logica dell'onore, con il suo paternalismo ancestrale (nel film si indovinano “la sistole paternalistica e la diastole radicale” proprie della città di Napoli di cui parlava Giorgio Prosperi in relazione alla commedia di De Filippo).

Nelle sue parole e nei suoi gesti – come in quelle del panettiere avido e del suo figlio disperato, dello strozzino e della ragazza incinta, della moglie del sindaco e del suo medico, membro della Napoli bene, emblema della ragione, affondata nel buio di quella atavica realtà - ci sono l'odio e l'orgoglio, un'ambiguità inestricabile, c'è l'anima del popolo e anche la sua dannazione, c'è perfino della poesia, a tratti quasi un canto, che poi diventa urlo. C'è molto di quello che non riusciamo più a vedere da tempo al cinema, sul tema, e che allora ci tocca ascoltare, sentire, immaginare, dentro un film il cui impianto è insieme realistico e astratto, claustrofobico, teatrale. Ci si muove da una stanza all'altra, da una terrazza a una cucina, per approdare in un vicolo e finire sul palcoscenico dell'ultima cena.

Don Antonio non è più un vecchio alla fine del suo viaggio, come in De Filippo, ma un giovane uomo di oggi, di un presente in cui capi e luogotenenti della malavita sono sempre più giovani, e si consumano in fretta, dentro una realtà sempre più caotica, frenetica. Ed ecco che un film in apparenza così semplice, nella sua idea e messinscena (un mese per prepararlo, un mese per girarlo), finisce per racchiudere una complessità esplosiva, portando sullo schermo il grande lavoro fatto dagli interpreti a teatro, l'energia, anche il divertimento, gli sguardi misurati tante volte, le sfumature nei toni e nei gesti. La musica di Ralph P. scandisce i “cambi di scena”. Ma la modernità, anzi la contemporaneità, stava già nel testo di De Filippo, nel suo pessimismo disincantato, nella sua capacità di dire Napoli così com'è, nella convinzione che la speranza stia nelle singole coscienze, nel coraggio di fare la cosa giusta. Un testo su cui Martone costruisce una messinscena incalzante, quasi una coreografia, fatta di poche immagini-senso e cambi di prospettiva che costruiscono la scena, assecondano gli attori, danno un peso alle parole. Immaginando un mondo che sia “meno rotondo e un po' più quadrato”.

IL FILM

Mario Martone
Italia, 2019, 118’
Sceneggiatura:
Mario Martone, Ippolita di Majo, dall'omonima commedia di Eduardo De Filippo
Fotografia:
Ferran Paredes Rubio
Montaggio:
Jacopo Quadri
Musica:
Ralph P
Cast:
Giuseppe Gaudino, Francesco Di Leva, Daniela Ioia, Adriano Pantaleo, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco
Produzione:
Indigo Film, Malìa, Rai CInema
Distribuzione:
Nexo Digital

Antonio Barracano, uomo d’onore che sa distinguere tra gente per bene e gente carogna, è ‘Il Sindaco’ del Rione Sanità. Con la sua carismatica influenza e l’aiuto dell’amico medico amministra la giustizia secondo suoi personali criteri, al di fuori dello Stato e al di sopra delle parti. Chi ‘tiene santi’ va in Paradiso e chi non ne ha va da Don Antonio, questa è la regola. Quando gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello, il figlio del fornaio, deciso a uccidere il padre, Don Antonio riconosce nel giovane lo stesso sentimento di vendetta che da ragazzo lo aveva ossessionato e poi cambiato per sempre. Il Sindaco decide di intervenire per riconciliare padre e figlio e salvarli entrambi. Il Sindaco del Rione Sanità di Eduardo De Filippo diventa un film di forte attualità, capace di raccontare l’eterna lotta tra bene e male.




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