Chad Gracia

Il complotto di Chernobyl - The Russian Woodpecker

L’incidente di Chernobyl? Un disastro procurato, una catastrofe ordinata dall’alto, un genocidio. La tesi è questa, terribile e rivelatrice, oppure fantasiosa e cospirazionista, a seconda dei punti di vista. Lo svolgimento è libero, in forma di inchiesta e di evocazione ispirata, di documentario e diario, di materiali d’archivio ed elementi di performance teatrale.

Al centro c’è l’artista Fedor Alexandrovic, che ci mette anima e corpo, il passato di bambino sfollato ai tempi dell’esplosione (finì in un orfanotrofio) e il presente di questa ricerca fatta in prima persona, con la sua faccia, le sue convinzioni, anche le sue paure. Per qualcuno è un matto, per altri un genio, per noi è soprattutto un Caronte che ci accompagna nel regno dei morti e dei fantasmi. Perché i veri protagonisti sono loro.

Il fantasma dell’Unione Sovietica che ritroviamo incarnato nei protagonisti della “nuova” Russia. Il fantasma del Kgb e di un terrore da cui le persone stentano a liberarsi, come si nota dalle interviste reticenti, le mezze verità, gli appelli al segreto militare. Il fantasma di una strage che nessuno cercò di evitare, con la gente che contemplava quel “meraviglioso vapore color lampone” come fosse un innocuo spettacolo, mentre le autorità cercavano di minimizzare. Il fantasma dell’Ucraina, di ciò che avrebbe dovuto essere e della violenza in cui è precipitata di nuovo. Perché tutto parte da lì e lì ritorna, durante una manifestazione di protesta, nel 2014. La ricerca della verità su Chernobyl, del colpevole di quel disastro, è una specie di flashback, l’immersione in un passato che non vuole passare, un fantasma spaventoso la cui ombra si stende fino ai giorni nostri, alla rivoluzione di febbraio, ai deliri di grandezza della Russia di Putin.

Tutto gira intorno al Duga - gigantesca costruzione nata per spiare il nemico americano e intercettare lanci di missili a lunga gittata - innalzata a due passi dalla centrale di Chernobyl. Un’immensa, impressionante, inutile “creazione dell’Impero”. I momenti migliori del film sono legati a quel formidabile ed enigmatico ammasso di ferraglia. All’evocazione del “picchio russo” (ecco il titolo originale), il suono che mise in allarme l’Occidente, un segnale di onde radio a bassa frequenza che qualcuno sospettava fosse un’arma letale. Non vi sveleremo dove portano le indagini e non vi diremo il nome del colpevole, che alla fine viene trovato (un sospetto, ovviamente, non una certezza).

Perché in fondo questo documentario è anche un thriller, e la tensione che sale serve a percepire l’orrore della verità di Alexandrovic, la certezza che per l’Impero sovietico la vita umana valesse meno di niente, sicuramente meno del buon nome di un burocrate comunista. Ma attenzione a non prenderlo per un film-verità. Non è questo lo scopo, non è questo il senso dell’operazione di Chad Garcia, che sembra più interessato «all’anima di un artista come Fedor, contaminato dalle radiazioni e traumatizzato da anni di tirannia» (parole del regista, che infatti evoca i nonni di Alexandrovic imprigionati in un gulag) e alla sensazione di paura diffusa, come se l’Unione Sovietica fosse ancora presente, coi suoi metodi basati sul controllo e il terrore (vedi le minacce subite dall’artista e da chi ha lavorato al film, vincitore del Premio della Giuria al Sundance 2015).

Non mancano le ingenuità, le scorciatoie, le idee di messinscena un po’ banali, ma il messaggio arriva forte e chiaro, così come la sensazione di aver capito cosa passa nella mente e nel cuore di Fedor e di tanti come lui, figli di una catastrofe, eredi di un orrore mai superato, cittadini di un Paese che deve ancora (ri)nascere.

IL FILM

The Russian Woodpecker
Chad Gracia
Stati Uniti-Ucraina, 2015, 82'
Sceneggiatura:
Chad Gracia
Fotografia:
Artem Ryzhkov
Montaggio:
Chad Gracia, Devin Tanchum
Musica:
Katya Mihailova
Cast:
Fedor Alexandrovich
Produzione:
Roast Beef Productions, Rattapallax
Distribuzione:
I Wonder Pictures

30 anni fa l’incidente di Chernobyl ha risvegliato nel mondo l’attenzione sui rischi dell’energia nucleare. Ancora oggi è l’unico grande disastro nucleare riconosciuto ufficialmente come causato da un errore umano. Ma se non si fosse trattato di un errore? Fedor nel 1986 aveva solo quattro anni. Quando sceglie d’indagare su quella catastrofe, arriva a scoprire la Duga, una gigantesca antenna che doveva interferire con le comunicazioni occidentali e infiltrarle di propaganda sovietica. Una struttura che non ha mai funzionato e che, forse, non è estranea allo scoppio del reattore… Nel bel mezzo della rivoluzione ucraina, Fedor porta alla luce una verità pericolosa per sé e per chi gli sta accanto, in un thriller politico scandito dal rumore inquietante e cadenzato della minacciosa Duga, simile in tutto e per tutto a quello di un grosso picchio.




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