Alexander Payne

Il passato? Brutto come il presente

Cinemascope e bianco e nero: benvenuti nel passato.

Già sul piano visivo Nebraska si caratterizza come un film retrospettivo, che guarda indietro, al passato del cinema e a quello dei personaggi. Tutto farebbe pensare ad un’elegia, ad un omaggio all’America che fu, ma Nebraska non è L’ultimo spettacolo, cui pure è stato frettolosamente paragonato. Parte anzi da una prospettiva opposta: il passato non è migliore del presente, ne costituisce semplicemente, se guardato con gli occhi degli anziani, una versione più vitale e spudorata.

Su questi ultimi il cinema recente punta parecchio, almeno da quando ha realizzato che gli ultrasessantenni sono rimasti pressoché gli unici spettatori al mondo a non saper scaricare un film per vederselo comodamente sul divano di casa. Per fortuna Nebraska canta fuori dal coro, perché qui i vecchietti non sono arzilli e simpatici (Dio ci scampi e liberi da Irina Palm e Philomena), ma appesantiti e inaciditi dagli anni. Quando si voltano indietro, all’orizzonte non vedono nulla di buono: la gioventù non è stata migliore della vecchiaia.

Una volta che il protagonista approda nella cittadina dove ha trascorso buona parte della sua esistenza, scopriamo come in passato della sua buona fede si siano approfittati tutti, esattamente come avviene ora che è invecchiato. Infischiandosene dei toni vellutati propri del cinema della nostalgia, Payne costruisce un film memoriale caustico e feroce, solcato da una retrospettività piena di sgradevolezza e rancore. I ricordi sollevano il velo su un passato meschino, fatto di piccoli dispetti e soprusi inutili, che il presente peraltro non ha emendato né sopito. Un repertorio di negatività assortite che - nelle mani di uno sceneggiatore di talento come Payne - genera una comicità surreale, sempre sull’orlo della crudeltà.

E’ per questo che Nebraska a tratti sembra il doppio comico e stralunato di Una storia vera, con cui ha diversi punti in comune, in primo luogo un protagonista anziano e un viaggio nel midwest che sa di rimpianto e occasioni perdute. Ma laddove in Lynch il road movie contemplava un atto d’amore per il paesaggio americano, qui il tragitto si inceppa quasi subito, per fare spazio alla rappresentazione di una provincia gretta, meschina e addormentata, fatta di tinelli e tanta, troppa televisione.

Col sorriso sulle labbra, venando d’ironia la sua furia iconoclasta, Payne fa a pezzi due cardini della mitologia americana: la small town come culla dei valori comunitari e la strada come luogo di rivelazione/riscoperta del paesaggio. Allo stesso principio obbedisce il finale, struggente e memorabile, che rivisita in chiave comica la figura – fondamentale nel road-movie – dell’uomo alla guida solitaria della propria automobile. Riuscendo miracolosamente a far scaturire dalla situazione un’altra forma di lirismo, legata alle condizioni particolari del suo “eroe”. Un eroismo residuale, un residuo di eroismo: l’unico possibile in un film nel quale sono stati precedentemente azzerati gli orizzonti della comunità e l’utopia di un passato migliore del presente. 

 

 

IL FILM

id.
Alexander Payne
Usa, 2013, 115'
Sceneggiatura:
Bob Nelson
Fotografia:
Phedon Papamichael
Montaggio:
Kevin Tent
Musica:
Mark Orton
Cast:
Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, B ob Odenkirk, Stacy Keach, Mary Louise Wilson, Rance Howard
Produzione:
Blue Lake Media Fund, Bona Fide Productions, Echo Lake Productions
Distribuzione:
Lucky Red

Woody, è un uomo un anziano che vive in Montana e ha un'unica preoccupazione: raggiungere il Nebraska, dove è convinto di dover ricevere un ricco premio della lotteria. Preoccupati dal suo stato mentale, i familiari dibattono a lungo sul metterlo o meno in una casa di cura, fino a quando il figlio David decide di accompagnare il padre in questo folle viaggio. 




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