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Andrew Haigh

Intimo ed epico: Charley Thompson

Per un regista (inglese) che ha fatto del racconto dei corpi e delle cose, del peso del tempo e dello spessore dello spazio, del durare dei gesti e degli sguardi la sua cifra riconoscibile (dopo “solo” tre lungometraggi e una serie Tv), l’incontro con l’orizzonte dritto, spietato e senza fuori campo (Oregon, California, Nevada, Wyoming…) degli Stati Uniti d’America era fatalmente scritto da qualche parte in quella nebulosa di stelle sotto la quale cerca riposo, non ancora vinto nella sua fuga accanto a un cavallo (che non cavalcherà mai, perché non vuole), il quindicenne (ma all’occasione sedicenne o diciottenne) Charley Thompson, il protagonista del film omonimo – il sottotitolo lo dà l’altro elemento della coppia, Lean on Pete, cavallo da corsa ormai fuori gioco per un problema alla zampa e destinato a qualche macello messicano.

Ne esce così, un po’ sorprendentemente, il film americano più bello e potente e “tradizionale” (pensando a una certa cultura letteraria e visuale) degli ultimi anni, perennemente in esterni (sulla “scena americana”) e on the road, per metà romanzo di formazione – ma misurato, appunto, in muscoli e fatica, chilometri percorsi e sole a picco, fame e sete – e per metà (non diversamente dai film precedenti) storia d’amore e di coppia, anzi di incontri e di accoppiamenti più o meno imprevisti e giudiziosi (in fondo, anche i protagonisti di 45 anni facevano i conti, drammatici, con una specie di nuova conoscenza reciproca).

Storia piccolissima, intima, quasi senza dialoghi e quindi riempita – nella parte centrale – dai monologhi di Charley (dedicati però al suo Pete) e, insieme, storia epica e larga che, come in una specie di via crucis mitologica, distende lungo la traiettoria zigzagante del viaggio dell’Eroe tutta l’America contemporanea, i suoi Luoghi e i suoi Personaggi, le sue Icone e le sue Storie, che del Mito sono, al tempo stesso, l’incarnazione orgogliosa e l’inconsapevole rovina: famiglie scomposte e perennemente in viaggio, padri e madri diversamente fuori ruolo, fiere di paese coi rodei e le gare di cavalli, diner persi nel nulla con loro cameriere spicce, bandiere americane, soldati e racconti splatter dal fronte, homeless, main street, ragazze sovrappeso intrappolate tra un deserto e l’altro, soldi guadagnati e rubati, immigrati che lavorano a giornata ecc. 

Ma Charley Thompson (il protagonista), che rielabora a più di vent’anni di distanza la storicità inconsapevole e orizzontale di Forrest Gump, e che come questo sta perennemente correndo, non necessariamente da un punto a un altro, a volte solo perché non può star fermo o perché, da vero americano dell’Ovest, sa che chi si ferma è perduto e che qualche chilometro più avanti, ancora qualche chilometro, potrebbe esserci una ricchezza inattesa o una salvezza insperata, ecco, Charley Thompson (che ha il viso dolce e il corpo troppo magro e nervoso di uno straordinario Charlie Plummer), con tutto questo essere americano non c’entra davvero nulla (a differenza dei giovani protagonisti della Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy).

La sua avventura somiglia piuttosto a una prova di resistenza – prima di tutto fisica – nei confronti di quel paesaggio glorioso e western, di quei personaggi “tipici” (che, non a caso, tortura di domande, come nel caso di Del, interpretato da Steve Buscemi), di quei percorsi già segnati da un certo tipo di incontri e di avventure (che non riesce mai a vivere e a interpretare nel modo giusto). Charley Thompson attraversa tutto, esattamente come Forrest Gump, e per questo, quando incrocia la Storia, non si fa distrarre; quando sfiora il mito, non si lascia abbagliare; quando si specchia – almeno due volte, ed è uno specchiarsi profondamente autobiografico –, non si riconosce e torna sulla strada. E non sarà un caso se, finito il film, viene da pensare prima di tutto alla favola nera (di formazione e on the road) di un altro inglese, Charles Laughton, e al modo in cui con La morte corre sul fiume ha attraversato l’America e, insieme, il suo immaginario, risolvendo nel noir l’attrito potente tra slancio vitale e senso di morte che definisce anche la struttura del racconto di Haigh.

La dolorosa dolcezza che percorre tutto il film, e che riecheggia nei troppi, sottomessi “thank you” e “sorry” con cui Charley Thompson si rivolge, sempre sottraendosi, a chi gli sta di fronte, nasce soprattutto da questa specie di orfanezza profonda, da questa non appartenenza radicale: una solitudine “di specie”, un azzoppamento che progressivamente conduce il protagonista fuori strada, sempre più rallentato e affaticato, lontano da tutti (dai pochi rimasti, Del e Bonnie, fantino e cameriera, interpretata da Chloë Sevigny), appoggiato (lean on) sentimentalmente a un cavallo che prova a salvare da morte certa per capire, è evidente, se riuscirà, prima o poi, a salvare se stesso – e a riscattare tutta quell’America malandata e provvisoria, white trash, ma anche così pura e vera e vitale, che ha ricevuto in dono da un padre donnaiolo e da una madre che non ricorda neppure.

Al termine del viaggio, giunto dalla zia Margy (Laramie, Wyoming), si concede finalmente un lungo pianto, mentre ripete «I miss him so much», impossibile dire se “lui” sia il padre oppure Pete. In ogni caso, la mattina dopo ricomincia a correre. E quell’incubo che lo ha portato a cercare le braccia della zia – Pete che affoga senza che Charley possa fare nulla per salvarlo – col tempo, probabilmente, scomparirà.

IL FILM

Lean on Pete
Andrew Haigh
Gran Bretagna, 2017, 122'
Sceneggiatura:
Andrew Haigh
Fotografia:
Magnus Nordenhof Jønck
Montaggio:
Jonathan Alberts
Musica:
James Edward Barker
Cast:
Amy Seimetz, Charlie Plummer, Chloë Sevigny, Frank Gallegos, Justin Rain, Lewis Pullman, Rachael Perrell Fosket, Steve Buscemi, Steve Zahn, Thomas Mann, Travis Fimmel
Produzione:
The Bureau e Film4
Distribuzione:
Teodora Film

Il giovane Charley, abbandonato dalla madre vive con un padre disattento e sempre nei guai. I due cercano un nuovo inizio a Portland, in Oregon, ma presto Charley dovrà rimettersi in viaggio, stavolta da solo, attraverso l’America profonda: sarà l’amicizia con un vecchio cavallo da corsa, Lean on Pete, a ridargli la speranza in un futuro migliore.




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