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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Rupert Goold

Judy

«Che cosa vedi oltre questo muro?» La domanda si riflette negli occhi castani di una ragazzina, in primissimo piano. Dietro di lei un signore elegante con il sigaro in mano, nel bel mezzo di un set cinematografico. Non uno qualsiasi, basta una ripresa dall’alto per accorgersi che quella scenografia è l’inconfondibile ambientazione de Il mago di Oz di Victor Fleming, uno dei film più celebri della storia del cinema americano. Lui è Louis B. Mayer, il boss della Metro-Goldwyn-Mayer, lei è la sedicenne Judy Garland.

A dire il vero, anche se non ha ancora ottenuto la parte perché ci sono tante altre aspiranti pronte a uccidere per quel ruolo – compresa Shirley Temple, anche lei favorita dalla produzione – Judy non è solo Judy Garland, ma è già Dorothy, la protagonista del film che la consacrerà definitivamente nell’olimpo hollywoodiano. E che da quel momento in poi sarà condannata a essere, fino alla fine dei suoi giorni.

La scena d’apertura di Judy di Rupert Goold è la cornice in cui si inserisce tutto il resto del film. Più precisamente, è l’inquadratura in cui la Garland rimarrà intrappolata senza mai riuscire ad uscirne: la sua vita non sarà altro che finzione, dal primo all’ultimo taglio di montaggio. Basta infatti un piccolo effetto di transizione a iris, uno dei segni di punteggiatura più amati dal cinema della Golden Age, ad aprire progressivamente l’immagine di una Garland ormai matura, madre di tre figli: un omaggio al cinema del passato, ma anche il passato che scorre fino al tempo presente, senza mai riuscire a diventarlo davvero.

La Garland che nel 1968 arriva a Londra per una serie di concerti al night club è un’attrice che ha alle spalle quasi quaranta film. Una grande performer che è caduta più volte ma che ha saputo rialzarsi e risplendere in È nata una stella di Cukor. Una ragazza cresciuta troppo in fretta, frammentata nel montaggio alternato tra la giovane star sfruttata dalla logica spietata degli incassi al botteghino e la donna logorata dal sonno, dall’abuso di farmaci e da quattro matrimoni finiti male.

Judy ha lo sguardo di Renée Zellweger, che la interpreta in maniera eccezionale e che proprio per questo si è meritata il Golden Globe e una candidatura agli Oscar come miglior attrice protagonista. Ma soprattutto ha la stessa incredibile voce, intensa e profonda, di quando era appena più che adolescente. Una diva che vede pian piano affievolirsi la sua fiamma, mentre già s’incammina sul viale del tramonto, immersa nella luce del crepuscolo: sono i toni bluastri debolmente illuminati dalle applique del bagno in cui si rifugia, letteralmente a pezzi, appena prima di salire sul palcoscenico nella serata d’apertura. È l’indaco del cielo che albeggia, dopo una cena a casa di due fan.

Ed è proprio lì, nell’affetto dei fan, che Judy trova una scintilla di speranza, forse l’unica cosa per cui valga davvero la pena vivere. Come quando, dopo aver cantato By Myself di fronte a una platea in visibilio, il suo viso torna a brillare di luce propria. Judy ha bisogno di tutto l’amore del pubblico, tutto quello che può. Perché altrimenti si rende conto di essere, ancora una volta, inesorabilmente sola. Anche quando finalmente si concederà il brano che tutti si aspettano da lei, Somewhere Over the Rainbow, la celebre colonna sonora del film che l’ha resa un’eterna Dorothy, Judy Garland non sta semplicemente cantando.

Con la voce rotta dal pianto, sta esprimendo un desiderio: la speranza di arrivare davvero, un giorno o l’altro, «dove i cieli sono blu e i sogni che osi sognare si avverano realmente». Di lì a sei mesi, all’età di quarantasette anni, la Garland morirà. Nella promessa che strappa al suo pubblico, quella di non dimenticarla mai, c’è il significato di tutta la sua esistenza. Insieme alla consapevolezza di essere giunta, come recita il titolo del dramma teatrale di Peter Quilter da cui è tratta la sceneggiatura, alla “fine dell’arcobaleno”.

IL FILM

Judy
Rupert Goold
Regno Unito, 2019, 118'
Sceneggiatura:
Tom Edge
Fotografia:
Ole Bratt Birkeland
Montaggio:
Melanie Oliver
Musica:
Gabriel Yared
Cast:
Andy Nyman, Bella Ramsey, Daniel Cerqueira, Darci Shaw, Finn Wittrock, Jessie Buckley, Lewin Lloyd, Michael Gambon, Renée Zellweger, Richard Cordery, Royce Pierreson, Rufus Sewell
Produzione:
Bbc Films, Calamity Films, Pathé
Distribuzione:
Notorious Pictures

L’ultimo periodo della vita dell'attrice e cantante Judy Garland, sul finire di una carriera sfolgorante iniziata giovanissima con la Dorothy del Mago di Oz. Un mix di fama e successo, e poi la battaglia con il suo management, i rapporti con i musicisti, i fan, i suoi amori tormentati e il dramma familiare che la spinse a fare i bagagli e a trasferirsi a Londra. In quegli anni ci ha regalato alcune delle performance più iconiche della sua carriera.




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