Volker Schlöndorff

Kammerspiel illuminista

Parigi occupata, agosto del 1944. Le truppe alleate sono in marcia verso la capitale francese mentre il fronte orientale tedesco è già in fiamme. Nelle sale del comando della Wehrmacht in Rue de Rivoli arriva la perentoria decisione di Hitler: prima di abbandonare la città bisogna devastarla. Le cariche esplosive sono disseminate nei punti nevralgici e Parigi, ben presto, non sarà più la stessa. Il comandante tedesco von Choltitz sta per eseguire gli ordini quando riceve nella sua stanza la visita di un diplomatico svedese, Raoul Nordling, intenzionato a fargli cambiare idea con ogni mezzo necessario.

Diplomacy racconta la notte di trattative, di estenuanti dubbi e incrollabili sicurezze, mettendo in scena un dialogo tra due uomini che è un confronto tra due mondi: quello piramidale del comando militare, senza se e senza ma, e quello della cristallina e logica eloquenza del diplomatico, deciso ad abusare di retorica per mirare al fine più alto, alla salvezza di una città che rappresenta una civiltà.

Volker Schlöndorff, che con Parigi ha un solido legame affettivo, prende il testo teatrale di Cyril Gely (da cui eredita anche i due sontuosi protagonisti, André Dussollier e Niels Arestrup) per costruire un kammerspiel illuminista, in cui la posta in palio sembra essere la sopravvivenza alla catastrofe, la consapevolezza di poter fuggire il baratro con una scelta morale di disubbidienza.

Schlöndorff chiude i suoi personaggi in una stanza – salvo uscirne per minime e funzionali digressioni – per vivisezionare l’insinuarsi del dubbio che mina le granitiche sicurezze dell’ufficiale e la speranza di una via d’uscita che accende l’eloquio del mediatore. Lo fa senza lo spirito dell’entomologo ma piuttosto con quello dell’umanista – il film ha in effetti tratti quasi settecenteschi – che crede nella forza del dialogo e della ragione: una fede maieutica a cui la Storia dovrà inchinarsi.

Schlöndorff utilizza gli spazi con destrezza, come un Polanski più arioso, e plasma il valore simbolico dei due personaggi – come già Powell e Pressburger in Duello a Berlino – fino a celebrare il trionfo della coscienza individuale sulla ragione di Stato.

Il risultato è un film teso e vibrante, con un senso classico del ritmo e del racconto e un uso sapiente del fuori campo, che si perde in qualche arcaismo stilistico senza però indebolirsi. Diplomacy ha un sapore antico di cinema capace di imporsi con semplicità rassicurante pur utilizzando schemi estetici e narrativi che non suscitano stupore o sorpresa: una solida lezione di stile che a tratti ricorda un elegante ripasso.

IL FILM

Diplomatie
Volker Schlöndorff
Francia, Germania, 2014, 84'
Sceneggiatura:
Volker Schlöndorff, Cyril Gely
Fotografia:
Michel Amathieu
Montaggio:
Virginie Bruant
Musica:
Jörg Lemberg
Cast:
Bodo Wolf, Attila Borlan, Lucas Prisor, Thomas Arnold, Stefan Wilkening, Jean-Marc Roulot, Charlie Nelson, Robert Stadlober, Burghart Klaußner, Niels Arestrup, André Dussollier
Produzione:
Film Oblige, Gaumont, Blueprint Film
Distribuzione:
Academy Two

Il 25 agosto del 1944 gli alleati entrano a Parigi. Poco prima dell'alba, il generale tedesco Dietrich von Choltitz, governatore militare di Parigi, si prepara ad eseguire gli ordini di Adolph Hitler: distruggere la capitale francese. Ponti e monumenti sono tutti stati minati e sono pronti ad esplodere. Ma sappiamo che Parigi non verrà distrutta. Per quali ragioni von Choltitz si rifiutò di eseguire gli ordini del Führer, nonostante la sua lealtà senza limiti per il Terzo Reich? Sarà stato lo svedese Raoul Nordling, console generale a Parigi, a far cambiare idea al Generale?




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