Ritesh Batra

L'altra metà della storia

The Sense of an Ending è tratto dal romanzo omonimo di Julian Barnes, vincitore del Booker Prize nel 2011. Come spesso purtroppo accade, la traduzione in italiano del titolo, L’altra metà della storia, va ad alterare il significato ultimo dell’opera, deviandola dal suo tracciato originario. La deformazione è ancor più grave nel momento in cui il romanzo di Barnes è, proprio a partire dal titolo, un omaggio all’opera di Frank Kermode, The Sense of an Ending: Studies in the Theory of Fiction (1967). E perché il film di Batra è, dall’inizio alla fine, una profonda riflessione sulla teoria della finzione.

Tony Webster è costretto a mettere da parte la sua tranquilla vita da pensionato a causa della lettera di una vecchia conoscenza. Una lettera che va a smuovere le acque ormai stantie della sua giovinezza, facendo riaffiorare ricordi quasi dimenticati. Una pagina scritta che insieme a vecchie istantanee potrebbe portare alla luce un tempo che fu. Tuttavia non è così facile come sembra. Le parole sono volatili come foglie al vento, le immagini sbiadiscono come reminiscenze lontane. A nulla valgono le testimonianze materiali degli anni trascorsi: le fotografie sono andate perdute, il diario del suo migliore amico distrutto. Solo la memoria resta ad indagare la verità nascosta. E la memoria, si sa, è ingannevole. La memoria decora, abbellisce e riscrive i fatti rendendoli più accettabili per chi li dovrà portare con sé, come un romanzo. La memoria seleziona, taglia e compone i ricordi più cari, come un film. È questo il potere della scrittura, saper reinventare la realtà rendendola, appunto, finzione. Perché in fin dei conti, citando lo stesso Barnes, «la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Una storia che raccontiamo agli altri, ma, prima di tutto, a noi stessi».

Batra si serve di una messa in scena limpida, trasparente come la quotidianità che crediamo di affrontare. La simmetria delle inquadrature richiama l’ordine fittizio delle cose, una geometria illusoria con cui amiamo scandire razionalmente la nostra vita. Le immagini del passato si intrecciano con quelle del presente, gli scherzi mormorati tra compagni di scuola riecheggiano ancora dopo anni, ripetuti quasi ritualmente, recitati come le battute di una sceneggiatura. Le canzoni delle feste di gioventù risuonano dai grammofoni dell’epoca alle autoradio di oggi.

È la musica, insieme alle parole e alle immagini, l’altro ponte sospeso tra presente e passato, la madeleine proustiana che fa riemergere frammenti sommersi. Una colonna sonora di hit anni ’60 quanto mai evocativa, da There Was a Time di Donovan a Time Is on My Side di Irma Thomas. Ma è sulle note di Time Has Told Me di Nick Drake che si comincia a capire il ruolo del tempo. Il tempo che passa e non torna più, il tempo che intreccia gli eventi fino a confonderli, ricamando una trama sottile e bugiarda. Il tempo che scorre così lentamente quando si è giovani, tanto che si ha quasi la sensazione di stringerlo nelle proprie mani. Il tempo che rimane imprigionato tra le lancette di un vecchio orologio proprio quando ci si ritrova a dover mettere in discussione il proprio ricordo del passato.

Per Tony, il confronto con il passato ha gli occhi color ghiaccio di Veronica, il suo primo amore. Come già in 45 anni, la magnifica e algida Charlotte Rampling torna a dipanare la fitta rete di menzogne che si nasconde dietro a una relazione. Se però nel film di Andrew Haigh non c’è possibilità di sopravvivenza, L'altra metà della storia dà invece un barlume di speranza.

Di fronte all’inafferrabilità del reale, quando anche la verità già assodata non è più tale, non resta che affidarsi alla filosofia. «La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione»: ecco la chiave di volta. Una sententia rivelatrice pronunciata da uno studente e attribuita a Patrick Lagrange. Ma Patrick Lagrange non esiste, è soltanto un falso prestanome. Un personaggio di finzione, proprio come la ricostruzione dei fatti.

«La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace», scriveva invece Primo Levi in I sommersi e i salvati. Chi è riuscito a sopravvivere ricostruisce quanto accaduto, per sfuggire alle atrocità subite, per dimenticare. Perché ricordare è soffrire. E riscrivere la memoria è l’unica strategia di sopravvivenza.

IL FILM

The Sense of an Ending
Ritesh Batra
Regno Unito, 2017, 108'
Sceneggiatura:
Nick Payne, dal romanzo "Il senso di una fine" di Julian Barnes
Fotografia:
Christopher Ross
Montaggio:
John F. Lyons
Musica:
Max Richter
Cast:
Michelle Dockery, Jim Broadbent, Harriet Walter, Emily Mortimer, Charlotte Rampling
Produzione:
Bbc Films, CBS Films, FilmNation Entertainment, Origin Pictures
Distribuzione:
Bim Distribuzione

Quando il pensionato Tony Webster riceve in eredità il vecchio diario di un amico d'infanzia, affiora dal suo passato una storia di gioventù che l'uomo aveva dimenticato. I ricordi riportano in vita la storia d'amore con Veronica, il rapporto con il migliore amico Adrian, il tradimento che Tony subì da entrambi e la breve apparizione nella sua vita della madre di Veronica. Tony è sempre stato convinto di aver condotto una vita onesta, ma il passato ora lo chiama per assumersi le sue responsabilità.




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